Altritaliani
Voyages en ItalieS: Museo Archeologico di Napoli.

Classicità a colori: alla conquista del rosso pompeiano.

mercoledì 17 agosto 2016 di Noemi Ghetti

Viaggio sulle orme di Antonio Canova e di altri viaggiatori settecenteschi alla riscoperta della grandiosa collezione dei dipinti sepolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., restaurati e esposti nella spettacolare sezione di pittura pompeiana del Museo Archeologico di Napoli. Con estensione facoltativa a Pompei e Ercolano.

Grande impressione suscitò il diffondersi, alla metà del Settecento, della notizia dei primi occasionali ritrovamenti delle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Gli scavi presto si intensificarono, e le città della piana partenopea divennero la meta più ambita del “grand tour”, esperienza di formazione considerata indispensabile dagli artisti e letterati che accorrevano in Italia da tutta Europa. Quando nel 1780, sei anni prima di Goethe, il giovane Canova visitò Pompei ed Ercolano, la casa dei Vettii, degli Amorini e la villa dei Misteri erano già state ritrovate, e si potevano ammirare nei siti originali. Molti altri dipinti, ritagliati senza tanti riguardi dalle pareti interamente decorate e incorniciati, erano entrati a far parte della quadreria regale borbonica, costituendo il primo nucleo della ricchissima raccolta del Museo Archeologico di Napoli.

La riapertura nel 2009, dopo un decennio di chiusura, delle quaranta sale della collezione di pittura pompeiana, completamente ristrutturate, con la possibilità di ammirare nuovamente i dipinti, restaurati e riportati alla freschezza che avevano quando furono riportati alla luce, offre l’occasione di rivivere le emozioni dei viaggiatori che a partire dal Settecento vennero a Napoli, alla ricerca delle sorgenti mediterranee della cultura europea.

Nel museo borbonico privato di Portici Canova ebbe allora la rara opportunità di vedere anche la collezione Farnese, la più grande raccolta di sculture dell’antichità, anch’essa dopo un lungo intervallo nuovamente esposta al Museo Archeologico di Napoli. Della scultura classica, tuttavia, si sapeva abbastanza fin dal Cinquecento: la vera rivelazione fu la pittura. Il giovane scultore veneto fu grandemente colpito dalla bellezza di quegli affreschi dai colori intatti, di grande espressività, profondità e luminosità, che rivelavano un volto tutto nuovo del mondo antico, molto lontano dall’ideale mascolino di «nobile semplicità e quieta grandezza» teorizzato dal neoclassicismo del Winckelmann. La visione sublimata e ormai stereotipata dell’arte greco-romana risultava completamente smentita dalla fantasiosa grazia, dalla sensuale morbidezza e dal movimento delle immagini femminili, ricorrenti con grande frequenza negli affreschi pompeiani.

Nelle lussuose dimore di vacanza campane l’aristocrazia romana, lontana dai severi obblighi ufficiali della vita politica e militare della capitale, si lasciava andare alla propria sete di modi di vita più raffinati, che nella Campania felix erano di casa. La terra feconda che si affaccia sul golfo della sirena Partenope infatti da secoli era culla di arte, filosofia e cultura greca, come appunto dalla metà del Settecento fu evidente ad esempio attraverso i ritrovamenti della Villa dei Papiri di Ecolano. E suscitano tuttora un grande stupore le sale del Museo adiacenti alla sezione dei dipinti, con la rara collezione di bronzi e i rotoli carbonizzati della biblioteca pisoniana, che pazientemente recuperati hanno rivelato preziosi scritti epucurei. Mai come in questo caso suonano vere le parole di Orazio: «La Grecia conquistata conquistò il rozzo vincitore».

Ricollocate nel suggestivo contesto di camere e triclini appositamente ricostruito, possiamo finalmente vedere nuovamente le scene sensuali di amori e di metamorfosi che sedussero i viaggiatori settecenteschi. Ecco gli amori di Piramo e Tisbe, di Nettuno ed Anfitrite, di Zeus ed Io trasformata in giovenca. Ecco Polifemo, il feroce gigante monocolo, innamorato di Galatea, ecco il forzuto Eracle intenerito per Onfale, e poi Perseo che libera Andromeda dal mostro, e Narciso che volta le spalle ad Eco specchiandosi nella fonte: le Metamorfosi di Ovidio per un attimo sembrano vivere sotto i nostri occhi. Ed ecco il pius Aeneas di Virgilio, il progenitore di Roma devoto agli dei, che il pittore preferisce invece rappresentare per i suoi committenti mentre, travolto dalla passione, tiene tra le braccia Didone. E poi, amorini cacciatori, giocatrici di astragali e ninfe danzanti col corpo di botticelliana grazia appena velato, che Canova negli anni seguenti ricreò a memoria – il regale divieto ai visitatori di trarne schizzi era assoluto – «per solo studio e diletto», in monocromi e in tempere dai colori vivacissimi.

Nel fondo rosso delle pareti, colore dominante divenuto l’emblema trasgressivo della sontuosa pittura pompeiana, a Pompei l’artista vide lo stupefacente ciclo pittorico della villa dei Misteri, con l’itinerario iniziatico della giovane sposa che scopre l’immagine maschile, il grande fallo dionisiaco sul vaglio di vimini, velato da un drappo ‘color del vino’. E al moderno visitatore interesserà sapere che a Pompei scavi recenti hanno riportato alla luce, sotto il tempio romano, le rovine dell’arcaico santuario della cosiddetta Venere sannitica, dove le fanciulle lasciavano una conchiglia e un prezioso grumo di porpora fenicia in memoria della verginità perduta, ricevendone in cambio la moneta d’oro indispensabile per accedere alle nozze.

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Eros e Psiche, affresco romano Pompei

A Canova allora non sfuggirono certamente i dipinti che in altre dimore rappresentavano momenti della storia di Amore e Psiche, come la grande scena, ora al Museo, che rappresenta la giovane donna distesa sulle rocce, immersa in un profondo torpore, la piccola scatola della bellezza dal contenuto mortale sfuggita dalle mani, mentre il dio accorre in volo per soccorrerla. La perturbante antica favola della fanciulla salvata da Amore, oscurata dalla cultura patriarcale e razionale del logos, circolava silenziosamente nel Mediterraneo trasportata dalle immagini della pittura, un secolo prima di essere tradotta in latino dall’africano Apuleio, si pensa da un’originale greco perduto. Giunto a Pompei, lo scultore di Possagno poco più che ventenne non incontrò la Gradiva, la misteriosa giovane donna romana col capo velato che un secolo dopo avrebbe attraversato con passo leggero la träumerei di Wilhelm Jensen. Incontrò Psiche, la fanciulla nuda di sconvolgente bellezza, vissuta in un tempo lontano, in un paese lontano di cui – scrive Apuleio – non si ricordava più il nome. Se ne innamorò, traendo da quell’incontro lo spunto per i suoi due capolavori più celebri.

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Amore e Psiche di Canova

Noemi Ghetti

Pubblicato a maggio 2013 e lo riproponiamo alla vostra attenzione

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