Altritaliani

Economia. Crescere non basta

domenica 28 aprile 2013

L’economista Andrea Ventura dell’Università di Firenze ci invia questo contributo condiviso con Ernesto Longobardi e Anna Pettini, già pubblicato ad inizio aprile sul magazine “Left” sull’utilità di produrre e consumare merci che migliorano la qualità della vita. Il consuntivo di un convegno fiorentino che prova a dare risposte su questo tema. La ricerca di un’economia della felicità. Che rimetta al centro l’uomo e non il Pil.

Dall’esplosione della crisi del 2008 la stampa e la letteratura specialistica lamentano il fatto che la crescita, nei Paesi a più vecchia industrializzazione e nel nostro in particolare, ristagna e non riesce a garantire lavoro per tutti. Al contempo sono sempre più diffuse le preoccupazioni circa gli effetti negativi sull’ambiente causati dalla crescita stessa e ci si richiama alla necessità che essa sia orientata in modo non soltanto “quantitativo”.

Ma, nonostante l’evidente contraddizione tra la necessità della crescita e la consapevolezza che essa presenta aspetti distruttivi, di fatto si continua a ragionare quasi esclusivamente in termini di breve e brevissimo periodo, di urgenze, di come coprire questo o quel rischio di collasso, dando per scontato che tutto ciò che serve è tornare a crescere. Le politiche economiche di cui si discute si mantengono in grandissima parte su questo piano. Si può ipotizzare che ciò avvenga anche perché manca una visione alternativa e un confronto approfondito tra concezioni dell’economia, della società e dello sviluppo umano, sia sul piano della cultura sia su quello politico e della letteratura specialistica.

È ovvio che il malessere sempre più diffuso provocato dalla crisi, evidente e tangibile in termini di impoverimento, incertezza e insicurezza sociale, chiede interventi di veloce applicazione. Un po’ meno evidente l’osservazione che ripristinare lo stato pre crisi lascerebbe irrisolte sofferenze non meno importanti e sottolineate da più di dieci anni da un numero sempre crescente di economisti che si interessano di “economia della felicità”, ovvero di tutti i temi collegati al declino oggettivo e soggettivo della “qualità della vita”.

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Quali sono le cause dell’impoverimento qualitativo? Di volta in volta le risposte si concentrano su aspetti diversi dello stesso problema: gli stili di vita e i ritmi di lavoro di chi vive nelle grandi città dei Paesi a economia avanzata provocano un continuo allentamento della socialità e questo si accompagna a standard di consumo sempre più orientati all’accumulo quantitativo. I beni gratuiti vengono continuamente sostituiti con beni commerciabili e questo alimenta il circolo vizioso: per acquistare più cose c’è bisogno di maggior reddito, dunque di lavorare di più e ciò diminuisce il tempo a disposizione per autoprodurre le merci e godere dei beni relazionali. Insomma, le logiche di mercato, se non opportunamente arginate, alimentano comportamenti asociali in nome dell’efficienza produttiva.

Ricorre, negli studi, il riferimento all’immagine del tapis roulant, per descrivere i vissuti individuali di obiettivi di vita sempre ugualmente lontani nonostante la corsa incessante e così spiegare l’impossibilità di raggiungere la felicità. Questi argomenti vengono utilizzati anche da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale per la sanità e la commissione europea per gli Affari sociali, per interpretare la crescente diffusione della depressione e l’uso assai diffuso e crescente di psicofarmaci.

Sul Journal of economic literature, prestigiosa rivista internazionale, possiamo leggere la seguente affermazione: «Si fa presto a parlare della teoria che sta dietro agli indicatori sociali alternativi al Pil, perché ce n’è pochissima». Le definizioni e i confronti tra indicatori, sostiene l’autore dell’articolo (Fleurbaey, 2009), si basano su convenzioni o su proposizioni etiche. Avere poca teoria per parlare di alternative al Pil, dunque per parlare di criteri di valutazione dell’economia e della qualità della vita, significa non avere categorie interpretative della realtà, né basi di confronto su cui sviluppare le politiche di sviluppo.

Eppure da tempo un numero sempre maggiore di economisti si interessano dei tanti aspetti umani e sociali trascurati dalla teoria tradizionale e dai sistemi economici da essa creati. Quindi forse si dovrebbe dire che non è così vero che esiste pochissima teoria. Piuttosto ciò che esiste è frammentato in tante piccole nicchie di studio ancora isolate fra loro e che per questo non riescono a proporsi con forza sufficiente. Con l’obiettivo di accostare e porre a confronto le riflessioni di alcuni studiosi appartenenti a tali nicchie e con impostazioni di ricerca solo apparentemente lontane, venerdì 12 aprile, presso il Polo delle Scienze sociali di Firenze, si terrà una giornata di lavoro organizzata per riflettere su alcuni temi che incidono sul modello di sviluppo delle società occidentali.

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Come riferimento iniziale, è stato scelto il noto saggio di J.M. Keynes Possibilità economiche per i nostri nipoti. Nel 1930 Keynes vedeva, a dispetto della recentissima crisi economica di allora, i segni di una possibile soluzione del problema economico: l’enorme tasso di crescita delle economie occidentali avrebbe a suo avviso portato l’umanità, nel giro di cento anni, ad affrancarsi dalla lotta per la sopravvivenza.

Nonostante Keynes centrasse tutto il suo ragionamento sull’Occidente e trascurasse i popoli rimasti fuori dall’industrializzazione, il suo saggio coglie un punto importante: cosa comporta il fatto che la lotta per la sopravvivenza, sempre pressante per la nostra specie, possa un giorno essere risolta, e che l’umanità si ritrovi priva del suo obiettivo più tradizionale? «Sarebbe un bene?», si chiede Keynes. «Per la prima volta dalla creazione, l’uomo si troverà ad affrontare il problema più serio [..] come sfruttare la libertà dai bisogni economici, come occupare il tempo libero [..]».

È chiaro che affrontare una questione di tale portata implica una ricerca che investe problematiche prima culturali e “antropologiche”, e solo in seguito di politica economica. Eppure, anche per gli economisti, i quesiti posti da quel saggio di Keynes appaiono ineludibili e impellenti. Oggi, nello specifico, appare cruciale chiedersi se sia possibile rincorrere ancora un modello di crescita quantitativa, che da tempo mostra i suoi limiti, senza chiederci cosa e come produciamo, come distribuiamo le ricchezze prodotte, quali sono i bisogni fondamentali da garantire per tutti, quale è la via per uno sviluppo umano non appiattito sulla crescita dei consumi materiali.

Guardando oltre i limiti del saggio di Keynes, su cui tanti economisti contemporanei hanno recentemente concentrato le più aspre critiche, si può suggerire che l’economista inglese aveva colto un punto su cui vale la pena di riflettere: l’umanità è pronta oggi ad esprimere un nuovo uso delle risorse economiche e naturali, del tempo e delle attività di consumo? La contraddizione fondamentale è forse quella tra una potenza economica e tecnologica in grado di soddisfare i bisogni di tutti e una cultura che non è capace di indicare una via per il benessere delle persone, fuori dalla lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi risorse scarse, oltre l’antropologia dell’homo oeconomicus? La giornata di lavoro è una prima occasione per impostare la ricerca su queste domande.

Andrea Ventura,

Ernesto Longobardi

Anna Pettini

Dal Magazine left


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