Altritaliani
Italy. L’editoriale di Emidio Diodato.

Dopo le elezioni. Grillismo for dummies 2.

domenica 3 marzo 2013 di Emidio Diodato

Gli scenari di cui si discuteva prima delle elezioni erano due: vincerà il centro-sinistra di Bersani, dopo la caduta del governo di centro-destra di Berlusconi – e quindi sarà rispettato il canone della Seconda Repubblica secondo il quale è premiata l’alternanza tra opposizione e governo, quando quest’ultimo non si dimostra capace? Oppure vincerà la proposta della grande coalizione di centro – e quindi il sistema politico tendenzialmente bipolare della Seconda Repubblica cambierà per effetto del governo non-partisan di Monti? In realtà il primo scenario includeva anche un diverso esito: sarà vero che Berlusconi è politicamente finito, oppure le sue irriducibili qualità strategiche gli consentiranno, ancora una volta, di recuperare lo svantaggio di partenza nel corso della campagna elettorale?

Per quanto si possa discutere del fatto che, in effetti, Berlusconi sia riuscito a recuperare consenso – grazie a una campagna elettorale in attacco, che ha travolto il gioco di rimessa o la campagna dimessa di Bersani – tutto sommato nessuno dei due scenari (e mezzo) è uscito dall’urna elettorale del 25-26 febbraio 2013. Con la sorpresa dei più – pur se attenuata dal signum pronosticum rappresentato dal finale di campagna elettorale, che ha visto Grillo riempire la storica piazza S. Giovanni (storica per la sinistra, ma lasciata libera da Bersani forse per paura di non riempirla a causa del freddo) – lo scenario che si è materializzato la sera del 26 febbraio è quello che fa di un movimento anti-sistema (5 stelle di Grillo) il primo partito italiano.

Come commentare quanto accaduto? Cosa dobbiamo dire ancora del grillismo?

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In un intervento postato su youtube il 29 novembre 2012, Giovanni Sartori affermò: “Se Grillo continuasse a crescere l’Italia diventerebbe il pagliaccio del mondo. Non si è mai visto un Paese governato per 20 anni da un ex presentatore di varietà sui piroscafi (…) e ora addirittura da un comico che tra l’altro si rifiuta alla discussione. Lui non vuole la discussione perché probabilmente non la sa fare. Lui sa inveire e urlare. Dice benissimo quando fa le critiche. Le sue proposte sono risibili, il mondo riderebbe. Diventiamo, se vince o se diventa forte, il laughing stock, come si dice in inglese, cioè l’ilarità di tutto il mondo.”

L’intervento di Sartori non poteva passare inosservato tra gli attivisti del movimento 5 stelle, che sono molto attivi sul web. Tra i commenti più votati nel blog di Grillo, il giorno successivo si ribatteva: “quanti anni ha il politologo in questione? e che mestiere è il politologo? a che serve? cosa produce? ma si da (sic) da mangiare ai propri figli facendo il politologo? perché se è così, smetto di farmi il culo 12 ore al giorno tutti i santi giorni, divento politologo anch’io, sparo quattro troiate in croce, e così la smetto di rompermi tanto le balle per arrivare alla fine del mese.”

Personalmente, ho studiato sui libri di Sartori e se arrivo a fine mese, riuscendo a sfamare i miei figli, è grazie a uno stipendio da politologo. Come posso commentare, allora, quanto è accaduto? E cosa debbo o posso dire, io, del grillismo?

Le tipologie di commento al nuovo scenario uscito dall’urna sono sostanzialmente due: la prima è proprio quella evocata da Sartori. La gran parte della stampa europea, in questi giorni, riporta i commenti di politici e analisti che se, da una parte, si dicono preoccupati per l’esito del voto in Italia, dall’altra lasciano trapelare la loro ilarità rispetto a un paese divenuto lo zimbello d’Europa. Ma c’è anche un secondo tipo di commenti, secondo cui le elezioni italiane sarebbero state una sorta di referendum nazionale sulle politiche economiche europee. Il successo di Grillo, sommato al recupero di Berlusconi (visti i tempi della sua campagna elettorale), proverebbe che la maggioranza degli italiani le ha bocciate.

Il malessere che emerge nei messaggi inseriti nel blog di Grillo pare confermare questa seconda lettura. In democrazia tutti hanno accesso al governo, ma è molto difficile trovare la via d’ingresso. Con il suo modo urlato, Grillo ha dato voce a un malessere che, senza radicarsi in forme tradizionali di protesta, è riuscito a giungere in Parlamento. Ciò evidentemente presta il fianco alle critiche, perché nelle vecchie forme di partecipazione, quelle di partito, il malessere era strutturato in progetto politico. Viceversa il grillismo resta un movimento di protesta senza un chiaro fine, se non quello di estromettere la “casta” fuori dal Parlamento con proposte differenziate e per certi versi impraticabili, pur se poste sotto un vago riferimento all’ecologismo.

Tra qualche giorno ci sarà tuttavia una novità, ossia i grillini in Parlamento. È vero che sono già alle prese con il governo locale a Parma e in Sicilia, ma diverso è l’impegno che li attende a Roma. Beppe Grillo potrà continuare a giocare il ruolo del profeta miliardario fuori dal Parlamento, ma i suoi dovranno dare un senso politico alla loro attività. A questo punto è ai grillini e non a Grillo che gli elettori di 5 stelle guardano. Il leader della coalizione che ha vinto alla Camera, Bersani, ha bisogno di lavorare con i grillini per ottenere la maggioranza in Senato e quindi governare. Se i grillini non vorranno collaborare, allora il lavoro di Bersani sarà tutto in salita, perché se accettasse l’appoggio dei parlamentari eletti nella coalizione di Berlusconi, allora rischierebbe di fare del suo Partito democratico uno dei tanti piccoli partiti. Ma se i grillini collaboreranno, e lo farebbero solo per realizzare il loro programma, allora proprio la dimostrazione di efficacia farà crescere il grillismo. Sono proprio questo dilemma e questo logorio a tenere l’Italia con il fiato sospeso.

Emidio Diodato
Professore associato di Scienza politica
Università per Stranieri di Perugia


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