Altritaliani

La bellezza di Elena. Quando le statue greche erano colorate.

sabato 23 febbraio 2013 di Noemi Ghetti

Pensieri a margine di un intervento di Salvatore Settis in occasione della mostra «Ritorno al classico», aperta a Francoforte fino al 26 maggio, nel quale si narrano le curiose reazioni, per lo più negative, che si ebbero nell’Ottocento dopo aver scoperto che le statue greche non erano in origine bianche e immacolate.

«Terribile è la mia vita e il mio destino, per colpa (...) della mia bellezza. Oh potessi imbruttire di colpo, come una statua da cui vengano cancellati i colori, e una parvenza brutta invece della bella assumere!» esclama nell’Elena di Euripide la bellissima protagonista, moglie di Menelao re di Sparta, involontaria causa della guerra di Troia. Il dramma fu rappresentato ad Atene per la prima volta nel 412 a. C., quando infuriava la lunga guerra del Peloponneso. L’amara battuta è ricordata da Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte che si batte da anni contro l’incuria e le devastazioni del nostro patrimonio artistico, nello stimolante articolo Statue colorate? Fate finta di niente [1].
Cherchez la femme, e in questo caso si potrebbe dire meglio: cercate la statua. E studiatela.

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La Venere di Milo, al Louvre

Quando nell’Ottocento gli archeologi europei iniziarono a scavare e studiare sistematicamente le testimonianze dell’antichità greca, si trovarono di fronte a un fatto inequivocabile. Piccole ma innegabili tracce di colorazione si presentavano a volte nelle pieghe delle carni e delle vesti delle statue, sulla superficie di fregi, colonne e frontoni dei templi. La scoperta non avrebbe dovuto destare stupore: i contemporanei ritrovamenti nel Vicino Oriente, in Egitto, nell’isola di Creta, in Etruria confermavano che tutti i popoli del mondo antico amavano circondarsi di colori. Rossi purpurei, splendenti turchini, gialli ocra coloravano le mura di Babilonia, i palazzi cretesi, i templi e le tombe di Luxor, i frontoni di terracotta e gli affreschi delle tombe di Tarquinia, gli stupefacenti vetri fenici che in quegli stessi anni venivano riportati alla luce. E che troppo spesso, a partire dalla spedizione in Egitto di Napoleone Bonaparte, venivano massicciamente prelevati dalle campagne di scavo e trasferiti nei musei europei, dove diventavano oggetto di studio.

E tuttavia nel caso del mondo greco, la scoperta fu scarsamente considerata, o addirittura ignorata dalla maggior parte degli studiosi, come un particolare scomodo o insignificante. Chi provò a cimentarsi con l’imprevista evidenza della policromia dei reperti greci, ebbe poco ascolto: continuò a essere coltivato il mito, tramandato nei secoli, di un’arte greca e poi romana di assoluto candore. Pura come un’idea platonica venuta dall’iperuranio, nata come la vergine Atena, dea della sapienza, direttamente dal cervello di Zeus. Una sorta di immacolata concezione ellenica che faceva dei Greci un popolo singolare, diverso da tutti quelli che lo circondavano, e con i quali pure intratteneva fitti rapporti di scambio commerciale e culturale. D’altra parte, le stesse statue crisoelefantine di Fidia, intarsiate di oro, di avorio, di altri metalli e smalti, testimoniavano nell’età di Pericle, allorché assieme al Partenone si andava costruendo il logos, il persistente amore, pur in vesti preziose, del gusto per il colore in uso nel mondo greco dell’età arcaica. All’epoca delle invasioni persiane, ovvero ancora all’inizio del V sec. a.C., l’Acropoli di Atene e i templi di Delfi si annunciavano da lontano per i loro brillanti colori. Lo testimoniano gli straordinari ritrovamenti delle “colmate”, le fosse sacre in cui al momento della ricostruzione furono raccolte e sigillate le rovine superstiti alle devastazioni, riscoperte intatte appunto nell’Ottocento.

Quando e perché accadde tutto ciò? Con le dovute cautele è suggestivo immaginare che il passaggio dall’arcaica policromia alla purezza del bianco sia avvenuto progressivamente a partire dal IV secolo a. C., in parallelo con quello dal politeismo della mitologia alla razionalità del logos. L’identificazione platonica della razionalità del cittadino della polis, adulto e maschio, come caratteristica specifica umana, si accompagnava alla campagna di demonizzazione dei barbari. E alla contestuale codificazione dell’inferiorità di donne, bambini, schiavi.

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Amore e Psiche, di A. Canova

Il bianco divenne da allora l’emblema della civiltà greca. Bianco marmo pentelico o dell’isola di Paros per i greci Policleto, Mirone, Prassitele, Fidia, Lisippo e Skopas. Il modello della statuaria greca si impose sulle orme di Alessandro il Macedone in tutto il Mediterraneo, fino all’Oriente. E poi, candido marmo apuano o dalla lontana isola di Thassos per le copie delle statue greche, avidamente collezionate dai romani in cerca di nobilitazione culturale. Anche nell’arte, come nella filosofia, Graecia capta ferum victorem cepit, come scrive Orazio. Il gusto dell’arte classica si tramanda attraverso i secoli, scavalcando la scultura lignea dipinta del medioevo cristiano, per rinascere nel Duecento con Nicola e Giovanni Pisano e continuare con Iacopo della Quercia e Donatello. E arrivare fino ai candidi blocchi delle cave di Carrara magistralmente scolpiti da Michelangelo, da Bernini e da Canova, che seppero far vibrare di forza e far palpitare di passione la freddezza del marmo. Capolavori che sono diventati icone della cultura occidentale nel resto del mondo.

Il mito neoclassico di una statuaria di marmoreo candore, cristallizzato nel Settecento dallo storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann e perpetuato nei calchi in gesso delle accademie, offriva un supporto ideologico e figurativo ideale per la leggenda della “superiorità” germanica che dall’inizio dell’Ottocento prendeva lentamente corpo con l’idealismo hegeliano e con i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte. La leggenda delle radici indoeuropee, coltivata in parallelo dalla filologia germanica, passava dalla glottologia alla genetica, offrendo un fondamento pseudoscientifico all’idea della purezza della stirpe. Il bianco (blank è parola tedesca) non era più la somma di tutti i colori, ma ciò che li respinge, la loro assenza: diventava il contrassegno della superiorità spirituale. Minacciosamente candido, come il biancheggiare abbacinante della spada di Sigfrido forgiata sul fuoco, era il non-colore prediletto da una funesta cultura che, nel Novecento, avrebbe creduto di avere un dio dalla sua parte. Per contrario, i colori rutilanti erano segno caratteristico del cattivo gusto primitivo dei popoli barbarici del Vicino Oriente e del Mediterraneo meridionale. Al comune visitatore del Pergamonmuseum di Berlino il passaggio dalla sala bianca dell’altare di Pergamo (II sec. a.C.) alla monumentale coloratissima Porta di Isthar di Babilonia (VI sec. a.C.), ricostruita appunto nel 1936, è ancora oggi assolutamente stupefacente.

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Altare di Pergamo, Pergamonmuseum, Berlino

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Porta di Isthar di Babilonia (VI sec. a.C.), Pergamonmuseum, Berlino

Ed è interessante ricordare come nel ventennio fascista, che prediligeva il bianco di travertini e marmi nell’architettura e nella scultura monumentale, ci furono pressioni affinché nella storica disputa sull’origine degli Etruschi, popolo anomalo distrutto dai greci e dai romani e difficilmente integrabile nel paradigma ariano in voga, la tesi dell’autoctonia prevalesse su quella dell’origine orientale. Purché, a dispetto delle testimonianze antiche e di tutte le evidenze artistiche, il sospetto di qualsiasi “commistione” con i popoli mediorientali fosse evitato.

Solo a partire dagli ultimi decenni del Novecento il lavoro di ricerca tenace di alcuni studiosi controcorrente consente gettare nuova luce sul mondo antico. Il linguista Giovanni Semerano nei quattro volumi del 1984 Le origini della cultura europea. Basi semitiche delle lingue indoeuropee pubblicati nel 1984 da Olschki dimostrava con dovizia la comune radice semitica di molte parole delle lingue cosiddette indoeuropee, con derivazioni in tutte le lingue moderne del nostro continente. In quello stesso anno fu pubblicato il volume Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, in cui Martin Bernal dimostrava che la cultura greca è l’erede delle civiltà fiorite in Mesopotamia, in Fenicia, in Egitto. Secondo lo studioso il “modello ariano” si impose, appunto, solo a partire dalla fine del Settecento, grazie al velenoso crescente impasto di romanticismo, razzismo, colonialismo, antisemitismo.

È tempo di riscoprire il “modello antico”, peraltro bene attestato dalla stessa mitologia e dalla storiografia greca.
«Un vincolo di vasta fratellanza culturale lega da cinquemila anni l’Europa, cioè l’Occidente, alla Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà, le culture di Sumer, di Akkad, di Babilonia; è ancora vivo il fascino di quella culla delle arti, delle scienze, del diritto» è il lascito coraggioso di Giovanni Semerano nel suo ultimo libro, La favola dell’indoeropeo (Bruno Mondadori, 2005).
È giunto il tempo per la nostra immaginazione di restituire alla bella Elena, a cui il mito volle attribuire la causa della prima guerra tra Oriente e Occidente che la storia ricordi, e magari anche alle antiche statue e architetture che lo avevano, il colore con cui nacquero. E che il logos greco, sacrificando donne e artisti, barbari e bambini sull’altare di una razionale purezza, volle togliere:
«A questo unico essere saranno attribuiti tanti nomi
quante sono le cose che i mortali proposero, credendo che fossero vere,
che nascessero e perissero, che esistessero e non esistessero,
che cambiassero luogo e mutassero luminoso colore.»

Parmenide di Elea, 8, 38-41, V sec. a. C.

Noemi Ghetti

P.S. L’articolo è lo sviluppo di una nota pubblicata su BabylonPost il 11 febbraio 2013.

[1(Il Sole 24 ore, Domenica 10 febbraio 2013 - http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2013/02/11SIL1058.PDF).


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