Altritaliani
Racconto

Un posto al sole, di Monica Florio

lunedì 25 maggio 2009

L’autore, che vive a Napoli, ha affidato ad Altritaliani questo racconto che mettiamo in rete per il piacere dei nostri lettori. Narra della situazione poco allegra della mancanza di lavoro nella sua città, pure un bel posto al sole... Monica Florio ha pubblicato un volume di saggistica e numerosi racconti inseriti in antologie.

Di quell’estate particolarmente calda Mimmo avrebbe ricordato la gente affacciata alla finestra, gli uomini in canottiera e mutande, le donne con le vestaglie aperte, intente a sventolarsi. E avrebbe rimpianto, in quell’arsura, un condizionatore d’aria, giusto per riposare un po’ la notte che trascorreva quasi in bianco, con gli occhi umidi a fissare la superficie levigata del soffitto.
Durante il giorno trascorreva ore intere al balcone a fumare una sigaretta dopo l’altra per rientrare quando sua madre faceva ritorno a casa con le buste della spesa.
Allora, l’aiutava silenzioso a preparare la cena e poi velocemente sparecchiava. Si poteva definire un tipo “casalingo” ed, in effetti la sua vita non differiva molto da quella dei tanti pensionati in circolazione.

Rispetto al passato non provava alcun imbarazzo mescolarsi alla gente del suo quartiere, cullato dalla sensazione di sicurezza che loro gli trasmettevano nell’accettarlo per quello che era, un perdente.
Quanto era stato presuntoso nel giudicarli, come se bastasse un lavoro di capocantiere in un’azienda privata a renderlo migliore di quei disperati abituati a vivere alla giornata, senza alcuna ambizione se non il semplice tirare a campare.
Neppure riusciva più a compatirli, certo che avessero colto il senso della vita meglio di quegli illusi alla continua ricerca di un posto al sole. Come fosse vano quel frenetico sgomitarsi per farsi avanti gli era apparso chiaro solo adesso che guardava le cose da un’altra prospettiva.

In pochi mesi era stato licenziato dalla ditta in cui aveva lavorato per cinque anni, buttando il sangue accanto agli operai, svegliandosi all’alba per raggiungere il cantiere, facendo gli straordinari per poter comprare una casa dove non avrebbe mai abitato.
Era stata la sua ex a dargli il colpo di grazia, mollandolo quando era diventato un partner “debole”, per giunta non giovanissimo e già tormentato dall’artrosi. L’aveva davvero amato Barbara o, come succede alla maggior parte di noi, lo considerava alla stregua di un buon partito, di cui liberarsi senza troppi ripensamenti come si fa con un abito stretto, sorpassato o che semplicemente non ci piace più?

Con filosofia aveva incassato il colpo, un modo per non impazzire o per difendersi dalla cattiva sorte che si era accanita su di lui come con la coppia di alcolizzati che abitava proprio nella palazzina di fronte. Li poteva vedere ora abbracciati, in un raro momento di tranquillità, mentre la radio trasmetteva una delle tante canzoni neomelodiche di successo. Ben presto avrebbero ripreso a darsele di santa ragione eppure, misteriosamente, dopo anni di sbornie e di litigi, rimanevano ancora insieme, quasi non sapessero fare a meno l’uno dell’altra. Per la prima volta provò nei loro confronti un sentimento difficile da definire, tra l’invidia e la compassione, consapevole di essere il solo a reggere un fardello che quei due potevano almeno condividere.

Per Barbara, invece, non provava più nulla. Quando ad aprile era arrivata la lettera di licenziamento ne aveva discusso con lei, rassicurandola che, pazientando un po’, avrebbe trovato un’altra occupazione. Ancora ci sperava che le cose, come per miracolo, si potessero riaggiustare e, magari, un posticino “sicuro” spuntasse all’improvviso. Per un attimo aveva dimenticato di vivere a Napoli e non a Stoccolma e di aver preso il posto grazie allo zio, un pezzo grosso di una multinazionale straniera.

Appena un mese dopo, per quella dannata fretta di volersi sposare e mettere su casa, Barbara se ne era andata via, accusandolo di avere altro per la testa per badare a lei.
Senza scomporsi, aveva abbozzato. Niente più feste con gli amici, domeniche al mare, spese pazze per farla felice. Con la solitudine si riappropriava dei propri spazi e riscopriva il gusto di un caffè mattutino o della sigaretta dopo pranzo, piccoli lussi che ancora poteva permettersi, almeno fino a quando aveva un tetto dove stare.
Altra abitudine irrinunciabile era diventata l’appuntamento con il TG regionale pomeridiano, unico anello di congiunzione con una realtà a lui sempre più estranea.
Nello sbirciare l’orologio Mimmo si accorse che segnava le ore 18.00. Un’altra giornata sprecata senza fare niente, in attesa del giorno successivo che, come presagiva, sarebbe stato identico al precedente.

Rientrò in casa e accese la tv in tempo per sintonizzarsi sulle ultimissime. Sull’autostrada Roma-Napoli si erano scontrate due vetture di grossa cilindrata: nell’impatto, violentissimo, erano morte quattro persone, tra cui il noto industriale Guido Landi.
Nell’udire il nome della vittima Mimmo ebbe un moto di sorpresa, sentendosi in colpa per le continue maledizioni scagliate negli ultimi, interminabili, mesi contro l’unico responsabile della sua rovina attuale, un bastardo che aveva tentato di spedirlo in Sardegna, in un luogo sperduto in mezzo alle pecore. Di fronte al suo rifiuto, Landi l’aveva licenziato, rinfacciandogli di aver firmato un contratto di lavoro che consentiva all’azienda il trasferimento, ovunque fosse necessario, dei dipendenti.

Nei giorni successivi apprese dai giornali che sulla BMW bianca schiantatasi nell’incidente non c’era solo il suo capo ma la stessa Barbara.
A lungo, nei monologhi ossessivi al balcone, Mimmo si interrogò sul motivo per cui quei due che a stento si conoscevano avessero deciso di trascorrere le vacanze insieme.

Stanco di negare l’evidenza, accettò, suo malgrado, ciò che gli apparve come una realtà incontestabile: era stato licenziato per una banale questione di corna.
Probabilmente Landi se la intendeva da un pezzo con Barbara, e per sbarazzarsi di lui, aveva tentato di mandarlo via il più lontano possibile.

Mimmo tirò un respiro di sollievo al pensiero di essere ancora vivo e con lentezza si avviò verso il balcone dove, seduto sulla sdraio, si sarebbe concesso, con più indulgenza del solito, l’ennesima sigaretta.
Intanto, per strada la vita scorreva, nello sfrecciare dei motorini che si insinuavano in ogni spazio libero, costringendo i passanti ad appiattirsi al muro degli inesistenti marciapiedi.
Ognuno, a modo suo, tentava di ritagliarsi un posto al sole e, se era tanto fortunato da averlo già, lo difendeva con le unghie.

Monica FLORIO

Per più informazioni sul"Guappo"

Note Biografiche

Monica FLORIO (Napoli, 21/11/19>69), giornalista pubblicista, è Press Office/Communication & PR Manager.
Giornalista pubblicista dal settembre 2001, ha scritto su “Cronache di Napoli”, “Il Denaro”, “L’Avanti!”, “L’isola”, “Sìlarus”, “Arte & Carte” e su numerose testate online. Esordisce come saggista con “Il guappo – nella storia, nell’arte, nel costume” (Kairòs Edizioni, 2004).
È presente nelle antologie “Enciclopedia degli scrittori inesistenti” a cura di Giancarlo Marino e Aldo Putignano (Boopen LED Editore), “Lavoro in corso” (Albus Edizioni, 2008), Partenope pandemonium” (Larcher Editore, 2007),“San Gennoir” (Kairòs Edizioni, 2006), “Vedi Napoli e poi scrivi” (Kairòs, 2005) e ha partecipato al volume “Dario Argento – Confessioni di un maestro dell’horror” di F. Maiello (Alacràn Edizioni, 2007).
Con il racconto “Padre Rock” ha vinto nel 2006 il 1° premio per la narrativa inedita alla 38a edizione del "Premio Nazionale Sìlarus”. monica_florioatlibero.it


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