Altritaliani

Machiavelli oggi: un convegno sul Principe nel cuore della crisi italiana.

venerdì 1 febbraio 2013 di Noemi Ghetti

Machiavelli è il pensatore italiano più studiato nel mondo. A cinquecento anni dalla stesura del suo capolavoro, il convegno internazionale Il pensiero della crisi: Niccolò Machiavelli e ’Il Principe’, svoltosi a gennaio a Roma, è stato occasione di fare il punto sulle novità emerse e di stimolare riflessioni sulla persistente attualità del suo pensiero. Noemi Ghetti è autrice di Il principe diabolico. La storia di Niccolò Machiavelli (Nuove Edizioni Romane, 1997), di cui è in uscita una nuova edizione.

“Machiavellismo” come sinonimo di politica amorale e di ateismo è un termine che compare alla fine del 1500. La leggenda nera di Machiavelli nacque al tempo di Caterina dei Medici, presto si diffuse in tutta Europa e per molti aspetti ancora dura. In occasione della strage degli Ugonotti del 1572 l’odiata reggente italiana sul trono di Francia fu considerata l’incarnazione della diabolica spregiudicatezza teorizzata pochi decenni prima dal Segretario della Repubblica fiorentina ne Il Principe. Ma occorre ricordare che la fama della perfidia italiana in terra di Francia aveva origini antiche: era stata già raccontata anche da Boccaccio nella novella di Ser Ciappelletto, la prima del Decameron. Pratese “malvagio” e avvezzo a ogni empietà, proprio per questo era stato assunto da un mercante francese come l’uomo adatto per riscuotere in sua assenza i debiti dai Borgognoni “riottosi e misleali”.

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Ricorrono cinquecento anni dalla composizione di quello che, insieme a Pinocchio, è forse il libro italiano più tradotto nel mondo, e un Convegno internazionale svoltosi a Roma tra il 24 e il 25 gennaio si è interrogato, al di là dei plagi, delle strumentalizzazioni, delle idealizzazioni, delle demonizzazioni, per gettare nuova luce sul piccolo e potente libricino, un evergreen che oggi si ripropone in tutta la sua attualità. Il pensiero della crisi: Niccolò Machiavelli e il Principe è il titolo significativo sotto il quale Gabriele Pedullà ha raccolto un manipolo machiavellisti europei della nuova generazione, mettendoli a confronto con alcuni dei nomi più importanti degli studi machiavelliani dei decenni passati. Perchè la cultura, allo stesso modo della politica, è confronto e anche conflitto. Quando Machiavelli teorizzava la funzione vitale dei dissidi anche sanguinosi tra i “grandi” e il popolo, pensava all’antica Roma repubblicana del senato e dei tribuni della plebe, ma anche alle recenti vicende fiorentine del tumulto dei Ciompi e di Savonarola, da cui nel 1494, cacciati i Medici, era uscita la Repubblica. E rifiutava l’ipocrita messa in scena della pace e dell’amore cristiano, che nasconde tragicamente solo l’obbedienza e la sottomissione imposta dai tiranni ai sudditi.

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Nella Casa delle Letterature i giovani hanno parlato del legame tra politica ed economia, tra guerra e finanza speculativa, e ancora del rapporto tra il potere politico e le leggi.
Abbiamo così appreso come l’aristocrazia finanziaria fiorentina, anticipando alla città capitali per l’arruolamento dei mercenari, fosse già allora la vera responsabile di quel debito pubblico che “saccheggiava” il popolo, indeboliva e corrompeva lo Stato. L’istituzione di una milizia formata dai cittadini e dal contado, promossa da Machiavelli con l’Ordinanza del 1506, liberava il comune dal ricatto dei “grandi” e allo stesso tempo assicurava a Firenze una difesa affidabile e motivata. Certo, quei popolani e quei battaglioni del contado armati di picche preoccupavano non poco i “signori”, che infatti nel 1534 avrebbero commissionato ad Antonio da Sangallo la Fortezza da Basso con le bocche da fuoco voltate verso la città. Il Davide di Michelangelo, scolpito da un blocco di marmo male abbozzato e collocato in piazza della Signoria per volontà popolare, armato solo di una fionda e un sasso, rappresentava appunto il riscatto repubblicano dalla prepotenza dei “grandi”. Era l’immagine opposta a quella del mercenario, armato di moschetto e corazza, pronto a vendersi e a voltare bandiera in qualsiasi momento.

Contributi originali su alcuni temi meno frequentati della machiavellistica tradizionale hanno insomma stimolato tra relatori e discussant una dialettica libera dai consueti schemi accademici e feconda di risultati. E hanno contribuito a liberare Machiavelli dall’ombra ambigua che lo accompagna da secoli. Rousseau, seguito dal nostro Foscolo, giudicò Il Principe il libro dei repubblicani. In un carcere fascista Antonio Gramsci, in dissidio con i compagni e con Togliatti, vi trovò ispirazione per disegnare un partito capace di fondare un nuovo stato, come si legge ne Il moderno Principe. Il partito e la lotta per l’egemonia, da poco ripubblicato da Carmine Donzelli. E tuttavia va tenuto presente che la generosa utopia di Machiavelli, repubblicano di elezione che usò sempre l’aggettivo “assoluto” con accezione negativa, è stata cavalcata anche dalle destre. Nell’aprile del 1924, proprio alla vigilia dell’assassinio di Matteotti, Mussolini pubblicò nella rivista Gerarchia della rivoluzione fascista il testo della mancata tesi di laurea “ad honorem” Preludio al Machiavelli. In anni più recenti, presentazioni del Principe sono state firmate da Craxi e da Berlusconi.

È giunto il tempo di colmare una lacuna, lamentata anche da Giulio Ferroni al convegno: lo studio dell’“antropologia” di Machiavelli. Adesso occorre studiare, oltre l’economia, la giurisprudenza, la politica, anche la sua idea di realtà umana, per liberarlo dalla fama di istigatore di violenza e profeta di totalitarismi che lo ha accompagnato attraverso i secoli. Avere sostenuto la vecchia ideologia della natura umana scissa e malvagia, la stessa di Platone e della Bibbia, e avere allo stesso tempo immaginato la possibilità di un principe nuovo disinteressato, in grado di esercitare anche la forza in vista del “bene comune”, era un’incongruenza teorica, un fatale residuo di pensiero religioso che solo oggi abbiamo gli strumenti per comprendere. Occorre una nuova idea di natura umana, che non sia duplice, mezza bestiale e mezza divina come il centauro Chirone, preso a modello del Principe. La forza non è la stessa cosa della violenza. Potere politico non è sinonimo di dominio.

Le scoperte incomplete non perdonano, come accadde anche a Nietzsche. Quando col sacco di Roma del 1527 a Firenze fu restaurata la Repubblica, i vecchi compagni, presi dai compromessi con gli aristocratici, non richiamarono Machiavelli. E reclutarono nuovamente, per la difesa di Firenze, truppe mercenarie. Lo scrittore in due mesi morì, la Repubblica cadde nel 1530 dopo due anni di assedio. Il suo capolavoro, accolto con indifferenza dai Medici che nel 1512 lo avevano esiliato, e nel frattempo ignobilmente plagiato da Agostino Nifo su commissione del papa, rimase inedito per sei anni ancora.

Noemi Ghetti

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IL PENSIERO DELLA CRISI
Niccolò Machiavelli e Il Principe
CONVEGNO INTERNAZIONALE
ROMA 24 – 25 GENNAIO 2013
Casa delle Letterature, piazza dell’Orologio 3
- Progetto a cura di Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature
- Direzione scientifica Gabriele Pedullà, docente di Letteratura Italiana Università Roma III

PER SAPERNE DI PIU’ SUL CONVEGNO

PDF - 1.6 Mb
Il depliant del Convegno da scaricare


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