Altritaliani

La giornata della memoria, in poesia con Miklós Radnòti.

sabato 26 gennaio 2013 di Armando Lostaglio

Questa Giornata della Memoria è il caso di dedicarla alla poesia. E ad un poeta poco conosciuto nelle accademie, Miklós Radnòti, un cantore di elevato spessore nella poetica popolare del suo paese, l’Ungheria.

Era ebreo, nato a Budapest il 5 maggio del 1909, studiò filosofia all’Università di Szeged, ma non poté mai esercitare la professione d’insegnante. Le persecuzioni naziste nel suo tormentato Paese lo portarono a spostarsi; ma incalzato e braccato, fu rinchiuso in vari campi di concentramento sia in Ungheria che in Serbia. Venne fucilato ad Abda (a nord del suo Paese) il 10 novembre del 1944, quando aveva solo trentacinque anni. Nei suoi vestiti, rintracciati in una fossa comune, fu trovato il suo ultimo taccuino di versi. Ha composto fino alla atroce morte. Amava i poeti francesi, Radnòti, ma da appassionato osservatore, privilegiava intravedere i cambiamenti sia sociali quanto urbani.

Nella contemporanea poesia ungherese, Radnòti rappresenta una delle voci nuove della corrente di ispirazione popolare, manifestatasi a partire dagli anni ’30. Per ricordare questo grande poeta ungherese, sterminato come migliaia di suoi conterranei, è stata data alle stampe una raccolta di poesie dal titolo “Mi capirebbero le scimmie”, verso preso da una sua poesia nella quale invoca “la clemenza della buona morte”. Clemenza che purtroppo non gli è toccata in sorte.

La sua ultima poesia, ritrovatagli nella tasca dell’impermeabile nel 1946, per dare al poeta una degna sepoltura, Radnòti descrive la morte di un suo compagno violinista, immaginando la propria. Così scriveva:

“Gli crollai accanto, il corpo era voltato, / già rigido, come una corda che si spezza. / Una pallottola nella nuca. – Anche tu finirai così, – mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo. / Ora dalla pazienza fiorisce la morte – “Der springt noch auf”, suonò sopra di me. / E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio”.

Ha uno stile proprio, Radnòti. Altrettanto intensi questi versi:

“Ti ho nascosto a lungo,/come il ramo tra le foglie / il frutto che tarda a maturare, / e ora fiorisci ai miei occhi / come sullo specchio della finestra d’inverno / il fiore giudizioso del ghiaccio. / E so già cosa significa / quando posi la mano sui capelli, / e custodisco già nel cuore / il movimento della caviglia, / e il bell’arco delle costole / che ammiro con distacco,/ come chi s’è riposato su tali meraviglie che respirano. / Eppure nei miei sogni spesso ho cento braccia / e come un dio in un sogno / ti stringo nelle mie cento braccia.”

Armando Lostaglio

***

Miklós Radnóti
Mi Capirebbero Le Scimmie
Donzelli Editore, 2009 - 155 pagine

Uno dei massimi poeti ungheresi del novecento, Miklós Radnóti è rimasto sino ad ora quasi sconosciuto in Italia. In occasione del centenario della nascita, il volume propone al lettore italiano una sua ampia antologia, curata e tradotta da Edith Bruck. Nato a Budapest nel 1909, Radnóti ha avuto una vita estremamente difficile, stroncata nel 1944, a soli 35 anni, nel modo più indegno. Una lingua innovativa, ma universale la sua che testimonia un cuore eroico, lo specchio di una personalità fuori dal comune, quella di un uomo capace di restare fedele a se stesso e alla sua patria-patrigna fino all’ultimo giorno, fino alla pallottola che lo colpì alla nuca, quando ormai era già stremato dai lavori e dalle marce forzate tra i diversi campi in Romania, in Serbia, in Ungheria. Eppure, né le umiliazioni estreme né i lavori disumani, a cui fu condannato per la sua origine ebraica, ne hanno mai piegato l’umanità, la libertà interiore, accrescendone piuttosto la coscienza civile ecumenica, la lucidità nello scrivere, testimoniare. Per Radnóti la matita era un’arma, per continuare fino all’ultimo minuto a comporre versi, come nel caso di quell’ultima poesia, trovata nella tasca del suo impermeabile quando nel 1946, dopo che i suoi resti furono riesumati dalla fossa comune ad Abda, vicino al confine con l’Austria, quando Radnóti ricevette finalmente una degna sepoltura.


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