Altritaliani

I confini incerti della gioia e del dolore.

domenica 20 gennaio 2013 di Marina Mancini

Un giro di valzer tra la vita e la morte uno scambio di organi tra due coppie, che si aiutano a ridarsi una vita degna di essere vissuta. A Siena dove malgrado tutto esiste una vera eccellenza sanitaria, fatta di competenza, ma anche di comprensione e solidarietà.

In viaggio, tra un giro di mondo e l’altro, ascolto la radio. Andata e ritorno su frequenze che ospitano la mia noia e, benevole, assediano i miei pensieri.

Ascolto distratta le chiacchiere e la musica finché qualcosa, qualcuno o una sinfonia particolarmente accordata con il mio umore o con le mie passioni, non mi richiamano all’attenzione.

Oggi, come sempre in viaggio, solito programma, solita voce pacata, lenta, qualche volta uggiosa, racconta una storia: malattia cronica, ospedale, cura. Continuo a dormire, escludendo a priori buone novelle. Finchè un suono diverso mi incuriosisce e cedo al suo richiamo. E’ la voce del protagonista, del paziente, il malato.

Mi stupisce perché non trovo quello che cerco (che notoriamente deve esserci come una piaga d’Egitto, come l’Imu sui tetti), dove è la disperazione, la rassegnazione, il dramma, la paura? Invece sento gioia, speranza, amore, buona sanità, eccellenza, insieme alla voce Italia, addirittura!

A questo punto, è chiaro, che la mia curiosità si accende, e poi c’è quella vivacità e serenità nella voce del protagonista che proprio non si combinano con storie di ospedali e lunghe malattie. Alzo il volume e mi metto all’ascolto facendo accomodare i miei pensieri in anticamera. La storia inizia con una malattia nera e tetra, quando il protagonista aveva, appena, 17 anni, quando sei, con tutto l’entusiasmo possibile, porta aperta sulla vita.

17 anni e una malattia (nefrite) che affligge i reni e che conduce severa, dopo sei anni, alla dialisi. Quasi banale il telaio di questa trama. Non mi risulta che sia un fatto eccezionale, infatti, ammalarsi, anche da giovani, soffrire, e qualche volta morire (non in questo caso per fortuna)

È no! E’ decisamente un repertorio di facile consumo e di banale dimostrazione.

Ma insolito è il senso della vita che si muove tra le frequenze, che proietta vivace, deciso, il protagonista, sul mio immaginario di emozioni.

La storia inizia 24 anni fa ma, oggi, si definiscono i suoi contorni e si liberano le ragioni dell’ottimismo e della bellezza. Il ragazzo si ammala, la malattia cronica, dice, ti fa disperare ma ti concede anche il tempo per riflettere, per resistere.

E’ una guerra dichiarata al dolore e la prima battaglia sul campo si vince scegliendo le armi giuste per non cedere allo sconforto, una battaglia che diventa buon viso a cattivo gioco. Ma dopo vent’anni di dialisi e dopo venti operazioni, per sopravvivere non rimaneva che il trapianto, già complicato di per se, ma in un corpo con le difese immunitarie da cartellino rosso i problemi si amplificano. La tempesta ti sovrasta, quando ti accorgi che il fiato si fa sempre più corto, ma le storie conquistano, spesso, meravigliosi cambiamenti di direzione.

Senza abbandonare la fiducia e duellando con l’incerto per dare una possibilità alla sua vita, che lui definisce meravigliosa, Alessio, continua a cercare e la sua ricerca non è solitaria, sua moglie gli offre un suo rene per continuare a vivere. Gioia e dolore, diceva De Andrè, hanno i confini incerti. L’uno l’immagine riflessa dell’altro, uguali e diversi ma uniti e sospesi sullo stesso filo di lana tra il desiderio e la paura. Cedo parte della mia vita affinché la tua possa continuare, con me. Emozionante!

Il rene della moglie non è, però, compatibile. Ma la ricerca, come la vita, come la tenacia, come la fiducia, continua. Lui non molla e approda a Siena, dove al policlinico Santa Maria alle Scotte, Azienda ospedaliera universitaria senese, si realizza la speranza. Alessio incontra il Professor Mario Carmellini direttore della chirurgia dei trapianti di rene e il suo nome, quello della moglie, le caratteristiche fisiche dei loro corpi, dei loro dna, delle loro storie entrano in una lista, fatta di altri nomi, altre storie, altre caratteristiche fisiche, biologiche che raccontano di vita e di speranze.

Questa lista è parte di un protocollo internazionale definito "South Transplant Alliance", appena nato (ottobre 2012): “ per sviluppare e concretizzare la cooperazione tra le agenzie dei trapianti dei paesi dell’area sud-orientale dell’Europa” (Ufficio Stampa Istituto Superiore Sanità www.iss.it a cura di Mirella Taranto).

Quello che questa agenzia tenta di sviluppare è, anche, il cross-over, le donazioni incrociate tra viventi di reni compatibili. "Il trapianto incrociato di rene da donatore vivente, cosiddetto cross-over, si realizza quando il donatore e il ricevente non sono né consanguinei né legati da vincoli affettivi - spiega Nanni Costa - È un programma che si mette in atto quando la coppia di consanguinei o di familiari in senso lato non sono biologicamente compatibili. In tal caso, e in presenza di almeno un’altra coppia in situazione analoga, i donatori e i riceventi, se biologicamente compatibili, si incrociano". (Alessandro Nanni Costa, Direttore del Centro Nazionale Trapianti) Così, grazie a questo intreccio internazionale, la storia di Alessio e di sua moglie ha abbracciato quella di un’altra coppia, di una donna cilena che ha ritrovato la vita grazie al rene della moglie di Alessio e di suo marito che, invece, ha ceduto il suo rene per restituire respiro ad Alessio. Nell’ottobre scorso (Ottobre 2012), “ …nel giro di poche ore siamo stati tutti trapiantati”.

In un giro di valzer tra la vita e la morte, alle prese con un miracolo operatorio che ha coinvolto trenta persone tra medici e personale sanitario, occupando tre sale operatorie, per dodici ore di fatica, di impegno, di promesse.

Tutto questo a Siena, dietro l’angolo di casa mia, tra un palio e una ribollita, un pezzo d’Italia ospedaliera e sanitaria che funziona, anzi, che è un eccellenza internazionale per la ricerca sui trapianti e sulle tecniche operatorie.

Uno di quegli scampoli di efficienza che sono sopravvissuti, che hanno resistito alle depredazioni politiche e ai tagli di risorse e fiato dei governi e governicchi. Mi sento di rassicurare Berlusconi che, durante il suo teatrino d’ avanspettacolo per l’inaugurazione del semestre di presidenza italiana del Parlamento Europeo nel 2003, ci tenne a rassicurare il mondo su quello che lui e il suo governo non avevano distrutto. No, tranquillo Berlusconi, la dignità, l’onesta di molti operatori socio-sanitari, l’ostinazione di continuare a offrire un buon servizio e cura, tra mille espedienti, sopravvivono e resistono, nonostante voi, i vostri alleati e finti nemici.

Un mio carissimo amico mi diceva, spesso, che siamo più forti di quello che ci spaventa, ed è, ormai, storia accertata che si può e si deve resistere alle storture della realtà, a quei difetti di pianificazione che non hanno niente a che vedere con la vita. Che c’entra la malattia o la morte con una storia ancora giovane?

Ma il nostro protagonista ce lo racconta e dimostra, che la resistenza è una risorsa meravigliosa dell’essere umano che ti contraccambia con una promessa mantenuta, ti rinnova la sensibilità e ti mostra quali siano le ragioni fondamentali del vivere su tutte le altre prospettive. Ritrovi la vita, grazie alla vita e ai rapporti che si donano generosamente per amore e nulla più,“...E’ come essere rinati, me la sto godendo tutta , ogni giorno è una scoperta, è una rinascita”. Chiude, dicendo: “ ..E poi questa è la mia vita, ho solo questa e va bene così ed è una vita stupenda!”

Raccolgo le parole e le ingerisco, aspetto che facciano il loro corso, se le agito troppo queste sensazioni si trasformano in utopia, in euforia e non va bene. E allora aspetto e guido, in silenzio, ascoltando l’emozione che riabbraccia l’ottimismo. Una storia di ordinaria resistenza e di bellezza umana.

Marina Mancini


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