Altritaliani
Editoriale

Viaggio in Italia

venerdì 5 giugno 2009 di Veleno

Bene, Martedì sono tornato a Parigi, breve visita a Napoli per motivi di lavoro e di famiglia. Per ritornare ho scelto un aereo che parte da Roma. Devo quindi andare a Roma, mi aspetta un volo alle ore 19,15. Sono stato previdente, sapendo come funzionano i trasporti italiani o previsto la partenza Martedì (non ho niente da fare, l’impegno l’ho consumato Lunedì). Così con calma sistemate poche cosette a casa, salutata la mamma, ho preparato la mia valigia. Posso partire. Parto da Pozzuoli, vicino Napoli, devo arrivare alla Stazione Centrale di Napoli e da lì prendere uno dei numerosi treni per Roma Termini, poi uno dei numerosi treni per Fiumicino – aeroporto. Devo fare nove stazioni per arrivare con la metropolitana da Pozzuoli alla stazione centrale.

In una qualunque città del nord per quel tragitto ci vorrebbero non più di venti minuti. Sono le ore 11,30. Cerco di marcare il biglietto della metrò, ci sono quattro obliteratrici e nessuna funzionante. Cerco qualche addetto alla stazione….deserto. Intorno a me solo passeggeri rassegnati, incerti su quale è il binario per Napoli. Mi decido entro nella sala movimento, dove il solo impiegato presente ha pietà di me e con una penna mi fa uno sgorbio sul biglietto: “Ecco, ora va bene”, dice con un sorrisetto annoiato. Salgo sulla metrò. Come sempre, è lercio, pieno di graffiti sulle pareti che sono un inno ai genitali, le scritte poi variano; si va da uno giovanilistico: “Pippi, Puppi, Trucida, Ciruzzo, Rosaria, Nannina, Pilo, Bomba e Nutty insieme 4 ever” ad un altro: “Tutti a fare filone!” fino ad un inquietante: “Kiama!” seguito da un numero di telefonino, poi graffiti incomprensibili sulle sedie e sui vetri, colorati dall’esterno dai soliti grafomani in tal modo che è impossibile leggere il nome delle stazioni che si susseguono. L’odore è orribile e i finestrini non si possono aprire. Ovviamente, con 35 gradi di calore niente aria condizionata.

Dopo le prime due stazioni il treno si riempie come un uovo. Gente vociante, che grida, spinge, il tutto in un toccante odore di sudore rancido. I malcapitati che non conoscono le stazioni, disperatamente cercano di capire dove sono, peraltro i pochi tabelloni posti alle fermate sono ricoperti da ogni ben di dio, scritte che quando si è fortunati sono fatti di vernice e che rendono improbabile la lettura e la comprensione. Il treno avanza pigramente, fermandosi ad ogni stazione per decine di minuti a seguito delle coincidenze, nelle gallerie, scura la notte perché o i neon non funzionano oppure il ferroviere ha dimenticato di attivarli. Guardo con ansia l’orologio nella penombra, cerco di intuire che ora è. Per arrivare a Roma ci vorrebbero, con un treno normale, 3 ore e mezza, poi bisogna arrivare a Fiumicino.
Finalmente, dopo un’ora buona, il treno arriva alla stazione centrale. Per fare nove stazioni la metropolitana di Napoli ci ha impiegato esattamente un’ora. Sono le 12,30.
Decisamente non è un Perù, direbbero gli amici francesi.

Scendo dalla metropolitana ed inizia il calvario per arrivare a piedi alla biglietteria. Guardo l’orologio della stazione, segna le ore 18,36, mi ricordo che già due mesi fa avevo visto quello orologio e segnava sempre le 18,36. Arrivo alla scala mobile con la mia valigia, naturalmente non funziona, con energia affronto la lunga salita per immettermi dentro una teoria di corridoi stretti dove gente va e viene, tra scalette e quant’altro (immaginarsi il percorso per un diversamente abile).
Finalmente sudato e boccheggiante, come tutti, esco sulla stazione e raggiungo la biglietteria. C’è coda. Cerco una biglietteria automatica, ne funziona una sola e c’è coda anche lì. Infine vado da quella tradizionale. dieci sportelli, solo tre aperti e gente che frigge di ansia, che tra poco i treni partono.
Un rumeno disperato si lancia sulla biglietteria scavalcando la fila. Il suo treno è in partenza. Tutti gridano contro di lui e il bigliettaio chiamandolo con epiteti terribili, si rifiuta di fornirgli il servizio. Si perde altro tempo. Finalmente è il mio momento. Dico che devo andare a Roma….velocemente.

Il bigliettaio mi consiglia un treno ad alta velocità che arriva a Milano e ferma solo a Roma, Firenze e Bologna. Lo prendo anche se mi costa quattro volte più di un treno “normale”. Arrivo al treno, si chiama “Freccia rossa”. Elegantissimo, pulitissimo, ricco di confort, il personale in “grande uniforme”, peccato che la mia vicina di posta abbia parlato tutto il tempo al telefonino ad alta voce raccontando così anche a me tutta la sua vita, altrimenti sarebbe stato un treno silenzioso.
In solo un’ora ed un quarto sono arrivato a Roma. Con me i rappresentanti della “buona” borghesia, tutti eleganti e profumati, armati di libri, giornali, portatili e telefonini (ahimé).

Mi sono ricordato quando l’anno scorso andai a Trento con un vagone letto da Napoli, un Eurostar. La notte fu terribile, tra le lenzuola a tenermi compagnia filari di formiche feroci, aria condizionata niente, malgrado l’estate, ma non ebbi caldo perché, ad ogni ingresso del treno in galleria, si apriva di botto il finestrino sommergendomi di un vento gelido. Ero disperatamente arrotolato nella mia unica grezza coperta da militare che ci aveva fornito il capo treno.

Ecco, così corre l’Italia dei privilegi. A due velocità. Da una parte l’Italia del Business che si aggiusta il polsino della camicia, mentre gli servono il tè, dall’altro i pendolari disgraziati che dal sud al nord e ritorno corrono (si fa per dire) su treni rotti, sporchi, mai puntuali in un contesto angosciante di disordine e disorganizzazione, col rischio che il tuo vicino nel corridoio affollato si faccia colare l’olio dal panino sulla tua camicia.

Del resto che cosa vi aspettate da un’azienda: “Trenitalia” che per mostrare l’efficienza dei suoi treni, spese tre anni fa, miliardi in pubblicità invitando tutti ad andare a Matera a far visita al povero zio Peppino, trascurato dai nipoti, dimenticando però, che la “povera” Matera in Basilicata, non ha ancora una stazione ferroviaria.

VELENO


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