Altritaliani

Flatlandia e geometrie umane. Da Edwin A. Abbott ai giorni nostri.

venerdì 11 gennaio 2013 di Rosa Chiara Vitolo

Geometrie umane: se la linea retta incontra il cerchio e lo perfora? Il racconto fantastico di Abbott si presta a un’applicazione ai nostri giorni e alle diverse culture nel tempo della globalizzazione. Le donne e il loro corpo e le geometrie variabili nel rapporto con l’uomo.

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Non c’è dubbio: il reverendo inglese Edwin A. Abbott, classe 1838, aveva qualcosa di geniale. Con il suo racconto fantastico a più dimensioni entra di diritto nella rosa degli scrittori del genere distopico [1] più accattivanti.
Noto ai suoi contemporanei come autore di manuali scolastici, lavori eruditi di carattere letterario e opere teologiche, è oggi ricordato soprattutto per Flatlandia, che apparve anonimo nel 1882 e che, se oggi si gusta come un classico, all’epoca riuscì a sorprendere per l’inedita concezione di una terza dimensione nello spazio, oltre a lunghezza e larghezza. Come spesso accade nella biografia di uomini e donne ante litteram, non venne compreso; o meglio venne frainteso. In realtà l’idea alla base del suo pamphlet appare facilmente decifrabile: racconta la vita di un abitante di un ipotetico universo bidimensionale (Flatlandia) che entra in contatto con l’abitante di un universo tridimensionale (Spacelandia). Il primo di questi è un mondo piatto e i suoi cittadini sono delle figure geometriche gerarchicamente identificate dal numero di lati che hanno, pedine che si muovono su un piano che per loro è l’universo. Il narratore è uno degli abitanti, nella fattispecie un quadrato. Nella seconda parte del racconto il quadrato racconta il suo incontro con una sfera proveniente da Spacelandia che lo illumina sulla presenza della terza dimensione. In seguito il quadrato oramai “illuminato” racconta di come gli abitanti di Flatlandia abbiano reagito al suo tentativo di illustrare la presenza della nuova estensione.

Estrapolandone il capitolo sulle donne («semplici righette con sulla punta un occhio»), si cercherà di dimostrare quanto le idee dell’eclettico scrittore inglese, al di là delle retoriche bigotte sul femminismo in voga nell’epoca vittoriana, e in parte discordi tra esse stesse, possano invece suggerire un’apertura sull’universo femminile acuta (molto più di un angolo), totalmente antimisogina e decisamente innovativa.

Capitolo sulle Donne: a far parlare il testo, effettivamente, l’impatto è duro: «Ad ogni femmina è proibito sotto pena di morte camminare in qualsivoglia luogo pubblico senza emettere ininterrottamente il suo Grido di Pace; ogni Femmina che risulti, in seguito a debito accertamento, affetta dal Ballo di San Vito, da attacchi isterici, da un raffreddore cronico accompagnato da starnuti violenti, o da qualsivoglia altro male comportante movimenti involontari, deve essere eliminata all’istante». [2] E ancora qualche riga più avanti, «In alcuni Stati c’è una quarta Legge aggiuntiva che proibisce alle Femmine, sotto pena di morte, di camminare o anche di star ferme in qualsiasi luogo pubblico senza muovere continuamente il posteriore da sinistra a destra, in modo da segnalare la propria presenza a chi sta dietro; altri costringono una Donna in viaggio a farsi seguire da un figlio, da un servo o dal marito; altri confinano senz’altro le Donne a casa loro, tranne nelle festività religiose».

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Renato Bertelli, Profilo Continuo di Mussolini, Londra, Imperial War Museum,1933

In prima istanza, l’uso reiterato di denominazioni differenti per riferirsi al gentil sesso rintracciabili nel testo - Donna, Femmina, Sesso Debole, Sesso Sottile- , ci informa della modalità polisemica usata da Abbott per evocare il suo referente. Un’operazione sinonimica del genere, se da una parte acuisce il distacco che l’autore si impone di destinare alla categoria, spersonalizzandola (perché eccessivamente personificata), dall’altro depotenzia il principale teorema alla base dell’opera: la monodimensionalità della donna [3]. Questa Eva diabolica non solo ha più nomi, ma si manifesta anche sottoforme diverse: è ferina nel suo essere femmina, ha un organo sessuale sottile dal quale, come si può facilmente dedurre, vengono generate creature condannate alla sottigliezza a loro volta. Allo stesso tempo è dotata della facoltà di rendersi invisibile proprio grazie alla sua estremità posteriore che le fa da mantello.
Mancanza di spessore, potere dell’invisibilità, condanna al moto continuo e alla reclusione casalinga, isteria e possesso di una punta pericolosa collocata ad un’estremità: questi in sintesi i connotati della donna in Flatlandia. Per scongiurare la sua natura maligna, deve esercitarsi in un incessante grido di pace. A partire dalle riflessioni che il testo ebbottiano stuzzica, mi pare possibile allargare la panoramica a contesti contemporanei, italiani e non.

La donna fuori dal “Capitolo”: in ogni conversazione in cui si parla dell’Islam, ad esempio, il disaccordo si appunta soprattutto sulla condizione femminile. I musulmani vengono accusati di disconoscere i diritti della donna, la sua libertà, la sua dignità. Certa di non richiamare alla memoria del lettore fantasmi sconosciuti, mi concentrerei direttamente sul moto femminile raccomandato nel Corano alla Sura XXIV An-Nûr (La Luce):

[rif. alle donne] E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano. […] [4]

Il testo religioso offre spunti di analisi sull’idea di movimento femminile (o femminista?): in Abbott le donne devono procedere con moti semicircolari del posteriore che, da che il mondo è mondo, è riconosciuto come uno tra gli organi di attrazione sessuale più forti. Nel caso islamico invece non è il posteriore né la bocca, non sono i riccioli biondi né il biancore della pelle di reminiscenza letteraria a finire sul banco dell’accusa, ma il movimento dei piedi adornati con gioielli vari. Se da una parte il verbo “battere” inevitabilmente ci fa venire alla mente l’azione di puntare i piedi a terra, concetto per antonomasia legato all’idea di ribellione e contestazione democratica, dall’altro ci dà due istantanee diametralmente opposte ma con lo stesso fine: donne in movimento e donne ferme per la pace comune; donne che battono (i piedi) e donne battute (da mani violente e intransigenti).

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Triennale di Milano, Le forme dell’eros, 2012

Per rimanere ancora in ambiente mediorientale e allargare il discorso alla modalità di aggregazioni femminili pacifiche, si può anche menzionare il “Gün” (Giorno) turco: un gruppo di donne, generalmente appartenenti allo stesso ceto sociale, si riuniscono a turno in una casa e condividono oro e cibo. La tradizione vuole che la proprietaria di casa ne faccia gli onori offrendo ospitalità e prelibatezze alle convenute e venga ripagata con una moneta in oro o con il suo relativo valore in soldi. Qui non troviamo movimento alcuno; piuttosto la scena si consuma a partire dai posti a sedere nei salotti; tuttavia l’aspetto interessante cade anche sulla forma di associazionismo che ripropone, in modalità antiarchetipica, la solitudine alla quale sono condannate le abitanti di Flatlandia. I pensieri e le idee si muovono, per così dire, a partire dal divano.

Poco più giù geograficamente rispetto alla Turchia, e in tempi diversi, pace e donne sono state stigmatizzate inequivocabilmente anche da Aristofane. Una delle sue commedie ha come protagonista Lisistrata [5], una giovane ateniese che proclama davanti ad un uditorio femminile che, se le donne si uniscono, possono salvare la Grecia. Una di loro esprime un dubbio: “Che potrebbero fare le donne di tanto saggio e tanto degno di ammirazione? Sono lì sedute, truccate, avvolte in tele color zafferano a pavoneggiarsi, con le loro tuniche pieghettate e i loro sandali intrecciati di cuoio”. E Lisistrata risponde: “È proprio questo ciò che ci salverà: gli abiti color zafferano, i profumi, i sandali, il belletto e le tuniche trasparenti”. Il piano consisteva infatti nell’astenersi dall’avere rapporti sessuali con i mariti fino a quando costoro non avessero firmato la pace. Nuovamente accertiamo la presenza di una “seduta” sì, saldata però ad un pensiero reazionario che si muove e si diffonde.

A questo punto mi sia concesso un salto letterario nella tradizione italiana e nella simbologia che un autore come Torquato Tasso manipola per colorare il suo poema epico in epoca controriformistica.
Nella Gerusalemme Liberata, infatti, le redini della storia sono lasciate in buona parte in mani femminili. Le eroine Erminia, Clorinda, Sofronia e soprattutto la maga Armida, in una corrispondenza sottesa dalla prima all’ultima ottava con richiami intertestuali, si vestono e si svestono, complici mantelli e veli. Il mantello viene però comunemente associato alla figura maschile del condottiero o al travestimento virile che la donna mette in scena per rassomigliarvi, mentre il velo è destinato ad espletare la funzione di oggetto s-velante la natura femminea della vergine che lo indossa. Pertanto il corpo femminile si muove in un gioco di apparizioni e scomparse, esso stesso però mai collegato esplicitamente al movimento. In Abbott, al contrario, il mantello diventa funzionale al rispetto del diktat di manifestarsi sempre e in ogni momento, di s-velarsi evitando che il sesso forte, il cromosoma x, possa incappare involontariamente nelle trappole predisposte contro di lui. Abbott, a ben vedere, insinua un’idea straordinariamente disinfettata e ripulita dai riferimenti sessuali: contro il potere delle donne esiste un solo rimedio: il loro auto-depotenziarsi.

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Magia del cerchio, Eugenio Carmi

Donne geometriche e donne di oggi: unitamente all’attribuzione di dis-qualifiche caratteriali alle sue antieroine, Abbott usa la geometria euclidea per limitarne gli spazi: sono linee con punte perforanti che svettano con alto potere di attrazione. Gli uomini al contrario, a partire da una condizione di semplice triangolazione, possono aspirare a diventare cerchi compiuti. Naturalmente il cerchio rappresenta la perfezione, l’esattezza, l’unione, ciò che non ha rottura e cesura. Emblema tradizionale di ciò che non ha inizio né fine perché infinitamente perfetto, questa figura geometrica è spesso collegata a domini sacri e spirituali. È un cerchio la base della cupola del Vaticano e quella delle moschee; sono cerchi sole e luna, è un cerchio il percorso del compasso che ricalca quello dell’orologio ed è tonda anche l’ostia che rappresenta il corpo di Cristo.

Tuttavia, a scavare bene nella simbologia di tutti i giorni, si dovrà ammettere che a partire dall’oggetto “pentola”, tipico del focolare domestico e quindi quid del regno femminile, il sentiero che percorriamo quotidianamente è ricco di indizi contrari all’associazione cerchio-uomo, che screditerebbero in qualche modo la posizione abbottiana.

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Quadro di Gustav Klimt

L’ovulo fecondato che dà la vita è un cerchio, la pancia in gestazione è tonda, il viso femminile è per antonomasia morbidamente rotondo come le forme del corpo della virgo sensuale che ha riempito capitoli e capitoli di letteratura nazionale e internazionale. Abbott sembra sacrificare questo aspetto per concentrarsi,- e qui salta nell’innovazione originale-, sulla pericolosità a priori del microcosmo-donna. Alla sessualità vissuta e consumata nelle case pentagonali con ingressi separati è lasciato poco sfogo nel racconto. La linea retta può penetrare il suo antagonista secondo codici che non c’entrano con gli apparati riproduttivi. Lo spazio di perforazione è esterno alla casa, si sviluppa per le strade e nelle piazze.

Lo spettro di evirazione ideologica dell’uomo, accennata in controluce da questo reverendo amante dei numeri, ribalta completamente il consueto rapporto che vede la donna, regina senza corona relegata in cucina e l’uomo re con lo scettro, attore strapotente della realtà vera, quella che inizia quando si chiude la porta di casa. La donna viene dotata nel racconto di una punta che potrebbe spingerci a immaginare anche uno strumento di attacco (fallico?) e per questo estremamente mascolino, guerrafondaio. E mentre Abbott combatte il clima immobilista della Londra vittoriana, la nostra cronaca recente ci parla di uomini caduti dal cielo di cariche di massimo rilievo, distratti dal fascino femminile; donne capaci di entrare in archivi informatici segreti e di interpretarli; donne in carne e ossa, geometricamente perfette, dallo spessore pluridimensionale.

R. Chiara Vitolo
Università di Ankara

[1Per distopìa (o antiutopìa, pseudo-utopia, utopìa negativa o cacotopia) si intende una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista. Il termine è stato coniato come opposto di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata in un futuro prossimo) nella quale le tendenze sociali sono portate a estremi apocalittici. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Distopia

[2Cito dall’edizione di Flatlandia, E.A, Abbott, edita da Adelphi, 1993, Milano, p. 43 e seguenti.

[3«Le nostre Donne sono delle Linee Rette», ivi, p. 37. È interessante rilevare che il “semplice” oggetto-donna, provvisto soltanto di un lato e monodimensionato, possa essere richiamato in numerosi modi. Far ricorso a troppi epiteti non accende riflettori sul soggetto che lo illuminano da diverse prospettive?

[4Cito dall’edizione a cura di A. Bausani, Il Corano, BUR Biblioteca Universale, Rizzoli, 2006.

[5Lisistrata è anche il titolo dell’opera.


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