Altritaliani
La crisi economica raccontata nella sua semplice e drammatica quotidianità.

E’ crisi!...ma non per tutti.

lunedì 10 dicembre 2012 di Marina Mancini

La crisi economica e la difficile vita degli italiani a pochi giorni dal Natale. Marina Mancini con le sue pagine di vita, ci racconta un’Italia diversa da quella dei media. Tra persone sui tetti che protestano perché non sono pagate, ai supermercati che chiudono. Ma questa crisi la pagano sempre gli stessi.

La crisi mi insegue, io cerco di sfuggirle, fischietto, le giro intorno e faccio finta di niente.

Il mio lavoro scarseggia? La ASL non assegna più i pazienti al servizio domiciliare del mio ospedale (nonostante le liste di attesa dei malati si allungano come la divina commedia)? E allora?! Immagino di essere in vacanza non retribuita e che tutti sono guariti e stanno bene.

La regione Lazio non versa gli stipendi in un altro servizio dove lavoro una o due volte a settimana? Autentico volontariato e così mi sento pure tanto buona!

Nella vita quotidiana basta un tocco di fantasia per dribblare la chiamata alla riflessione profonda e responsabile sul conto che si esaurisce e sul portafoglio sempre vuoto, navigo con la borsa leggera!

Invento straordinarie frottole per evitare l’ennesimo cartone in tre D al cinema, che ormai costa come una visitina al reparto del pesce fresco:” Amore di mamma ma lo sai che gli occhialini del cinema fanno venire gli occhi storti!”, “ Amore di mamma il Mc Donald no!! Lo sai che hanno trovato dentro le patatine i microbi della peste bubbonica!” (che magari è anche vero)

Si gioca allegramente alla caccia al tesoro nei negozi in cerca delle promozioni e offerte. Il gatto si è rassegnato ai croccantini del discount e le scatolette le rivedrà, forse, a Natale.

Misuro i minuti da pagare alla baby sitter centellinandoli con lo spettro del “tempo è denaro”, superato il baget settimanale la piccola si ritrova in casa della vicina ottant’enne ma ancora in gamba, perché anche mia figlia è buona e fa volontariato!

Ecco semplici soluzioni per dar fondo all’inconsapevolezza di stare in un paese con le pezze nel sedere.

Io mi impegno, faccio come i nostri paffuti e sereni governanti e politici della prima, ultima, perenne ora, non voglio sapere e non voglio sentire. Facile! Chi se ne importa!

Ma questa crisi è insolente, proprio maleducata, e se ne invischia di chi, di lei, non ne vuole sentire parlare, come quando in casa ti piomba un ospite indesiderato, si infila sfacciata tra le fessure delle persiane come l’aria pestilenziale.

Per i signori e signore della politica, mi pare sia, abbastanza facile dimenticare le responsabilità e scrollarsele di dosso, come la pioggia dall’impermeabile. Ogni tanto qualcuna frigna ma poi tutto si ricompone e la parola “sacrifici per voi” allarga le loro bocche serafiche. Che grande paese, che meravigliose persone!

Mi devo decidere ad approfondire la storia di José Mujica il presidente dell’Uruguay, che devolve il 90% del suo stipendio ai poveri, vive con un salario basso, come l’ultimo dei suoi concittadini e vive in una catapecchia insieme alla moglie e ad un cane con tre zampe. Tanto per rallegrarmi e convincermi che splendidi e onesti uomini politici esistono davvero, non qua e non di recente.

Faccio del mio meglio ma la crisi si impone.

Una mia amica infermiera mi racconta di suoi colleghi dell’IDI ( ospedale romano), da giorni sui tetti dell’edificio perché non ricevono lo stipendio da quattro mesi, con la sola solidarietà dei negozianti li intorno che portano viveri e partecipazione umana. Ma no, penso, ti pare che una protesta così importante non trova spazio nei giornali o sulle televisioni?

Faccio una piccola ricerca, sicura, che la mia amica magari ha sognato o peggio: passi il tempo a bere super alcolici, infatti, nelle testate giornalistiche più importanti non c’è traccia, tu guarda la maldicenza!

Ma poi vedo, quasi nascosto, un articoletto sul Roma sette.it (?) di oggi (30 novembre) e leggo:” Sei i dipendenti che continuano la protesta sul tetto dell’IDI, da tre giorni anche in sciopero della fame, mentre continua l’occupazione simbolica della chiesa del San Carlo di Nancy, «fino a che non avremo risposte certe sui nostri stipendi e sul nostro futuro», ha spiegato Antonino Gentile, segretario Ugl Sanità di Roma Nord, anche lui al presidio”.

Mi rassicuro, almeno, sul fatto che la mia amica non è dedita al consumo di alcol.

Mi chiama un mio amico che lavora in un altro ospedale a gestione privata, il San Pietro, per informarmi che da ieri la parola d’ordine da comunicare ai pazienti è “scusate non possiamo più erogare prestazioni sanitarie, diagnostiche, strumentali in convenzione dal primo dicembre”. Segue la chiusura di tre reparti, licenziamento di decine di persone tra infermieri e medici.

E cosi è per l’Aurelia Hospital, tralasciando, per riguardo della pazienza altrui, i tagli fatti qua e là nei vari nosocomi pubblici.
Pare, si vocifera, che la regione Lazio debba a questa struttura (San Pietro) una cifra di 30 milioni di euro.

Questo 30 non mi è nuovo, piccolo sforzo di memoria e mi ricordo che è proprio la cifra esatta della cuccagna raccolta e intascata in due anni di delibere dal ex governicchio della regione mandato nella cassa integrazione della vergogna per violazione evidente ed eclatante del rispetto e della pubblica decenza. Caspita che coincidenza!

La crisi certo, è la crisi, ma se la crisi pesa come la mannaia su una sola parte di società, questa mi puzza di sonora fregatura. E poi lo smilzo, Franco Fiorito, mi pare l’avesse confessato che i soldi pubblici arrivavano a pioggia sulle loro teste. E, mi pare, che non si sia fatto molto per bloccare questa pioggia di coriandoli che ancora cade copiosa sulle teste incoronate dei principi della polis. Certi stipendioni arrivano sempre puntuali e, non si sa com’è, non subiscono mai i tagli che subisce il resto del mondo.

Ancora, la tela si srotola amara e raccoglie tra le sue trame le dichiarazioni di difficoltà e di fatica di centinaia di operatori del settore dei servizi socio- sanitari, la fetta del mondo lavorativo in cui mi riconosco.

Comunità, case famiglia, cooperative, ospedali, senza stipendi, possibilità, risorse.

Tutti i giorni, alla mia, si aggiunge la voce di qualche collega e la domanda, sempre uguale, sembra avere poche risposte: “che fare?”
Io vado a fare la spesa, intanto, “stasera la pizza si fa in casa bella di mamma”, vado alla coop, spero di distrarmi, entro nel famoso supermercato e trovo il personale in stato di agitazione, i responsabili hanno deciso di svendere a privati e di tagliare il numero dei dipendenti. Ma la coop non eravamo noi? La crisi non mi molla!

Torno a casa.

E bussa alla porta, il disastro.
Tra responsabilità umane e cataclismi del tempo l’Ilva di Taranto si presenta come l’immagine più drammatica e oscena dell’allegra e criminale gestione dei rapporti tra la politica e i grandi gruppi industriali e finanziari di casa nostra. E’ una storia che se non fosse vera sembrerebbe la trama di un osceno film di fantascienza:
“L’Ilva il mostro che uccide”, regista, sceneggiatore, attori protagonisti lo Stato Italiano e la premiata ditta famiglia Riva. Comparse, vuoti a perdere, gli operai e i cittadini del territorio. Trama: un’industria che per anni (tanti anni) ha massicciamente inquinato e avvelenato una città, con la compiacenza di sindacati, politici, giornalisti, ministero dell’ambiente, sindaci, assessori e tutto il cucuzzaro.

Qualcuno guadagna e nessuno mette mano allo scandalo. Mettere in sicurezza e a norma gli impianti per trasformare e bonificare la puzza mortale in aria respirabile è un giochetto che costa troppo, un affare poco redditizio evidentemente. E, allora, si raccoglie e si tace. Alcuni, però, fiutano il marcio (non è che ci volesse molto del resto), gli eroi in questa storia, come in molte altre, sono i magistrati che mettono in relazioni le troppe morti per tumori e i vapori malevoli che escono dalle ciminiere e tutto si ferma. I proprietari, adesso inquisiti e agli arresti domiciliari (bene!), si offendono tanto e danno il ben servito a migliaia di operai e bloccano una città. Fine della storia.

Mi impegno per immaginare che sia veramente un brutto film. Poi mi scontro con l’immagine del giovane operaio dell’Ilva, Francesco Zaccaria, ritrovato oggi in fondo al mare. Smetto di giocare e mi arrendo, la crisi ha un volto che si intreccia e abbraccia migliaia di altri volti e racconta mille altre storie oscene. Qualcuno l’ha messa in opera questa crisi e adesso c’è la fanno pagare.

Marina Mancini


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