Altritaliani

La scuola dei buoni e dei cattivi

giovedì 6 dicembre 2012 di Marina Mancini

La scuola che non mi piace vive sott’acqua, ascolta, vede e si muove con le orecchie, gli occhi, le gambe rallentate e offuscate.
La scuola che non mi piace fa dell’isolamento e della punizione la chiave per l’educazione, della negazione lo strumento per omettere e mistificare un’ingenua dichiarazione di pace (di una mamma credulona), e non vede e non sente il tentativo, maldestro, di rubare innocenti e bramate attenzioni (dei bambini).

La scuola che non mi piace rinuncia all’ascolto e si rintana nel piagnucolamento del “povere noi, maestre indifese, sottosopra e scompigliate da quattro marmocchietti irretenti e sopra le righe”. Che poi, valle a definire queste righe. Come sono? Nette, di profilo o a pancia in su?
I bambini che non piacciono, di solito, attraversano queste righe saltandoci sopra con un marameo insolente e quasi sempre, sulle strisce, ci scarabocchiano la loro rabbia e la loro avversione a farsi dimenticare e ignorare. Le maestre piangono misera (tra realtà e autocommiserazione) e loro si arrabbiano.

Nella scuola che non mi piace i bravi e simpatici bambini ricevono coccole e attenzioni, gli altri si arrangino come possono perché non c’è tempo da perdere. Il programma incombe come una pioggia soprannaturale, guai a rischiare di bagnarsi tra accuse di inadempienza e di svogliatezza, da parte delle alte istituzioni vedo e non provvedo della scuola.

Non mi piace sentire mia figlia che racconta dell’amichetto sbattuto fuori della classe perché non si impegna, disturba e fa il disobbediente. Ma, ancora di più, mi indispone sentirla dire che se lo merita perché è cattivo. Buoni e cattivi, ancora! A questa categoria medievale e di biblica memoria, sono ridotte le nostre scuole all’ombra del crocefisso, non tutte per fortuna e spero che non siano poche le eccezioni.
Dall’altra parte questa versione di oscurantismo adattamento della vita mi era stato confermato dalla maestra, a proposito della recita natalizia (ndr. Vedi l’articolo intitolato: A Natale la scuola resta laica?),che in risposta alla mia lettera mi aveva edotto sulla impossibilità di variare il copione perché le tradizioni non si stravolgono e i bambini non cattolici hanno la libertà di starsene in disparte e di non partecipare al lavoro teatrale. Le sante pecorelle da una parte e i caproni dall’altra.
Hic et simpliciter! Mio padre direbbe “e mo mettece na pezza!”

La scuola che non mi piace assolutamente è, esattamente, questa. Fatta da persone che non accolgono, che non si accendono di curiosità per l’altro, che non approfittano delle differenze per insegnare e soprattutto, che non si fermano davanti al dolore e alla rabbia di un bambino per capire e per imparare.

Quello che non mi piace e vedere adulti che impongono un silenzio devastante a turbolente richieste di aiuto, che si arrendono alla stanchezza e non cercano un linguaggio diverso e necessario che sappia dare risposte adeguate alla bellezza dei loro piccoli interlocutori.
La scuola che rifiuto capitola, getta la spugna prima ancora di salire sul ring, incapace perfino di cercare sostegno tra le possibilità umane e istituzionali che sopravvivono ai tagli della crisi. Certo la nostra scuola ha subito tagli gravissimi e come si fa a non rivolgere un pensiero affettuoso ai responsabili di questo scempio!

I fondamentali maestri di sostegno sono una chimera in uno scenario desolato. I bambini non hanno più chi li protegge dall’isolamento e le maestre hanno perso chi le sostiene nello svolgimento quotidiano del loro lavoro. Che cosa è rimasto? Qualcosa si può fare.
Rimangono i servizi psico- sociali ( ridotti a lumicino), si può cercare e potenziare la collaborazione con i genitori, trovare strategie nuove per arrivare al piccolo cuore che intanto soffre, schiacciato tra la disattenzione della famiglia e la freddezza e il disinteresse della scuola. Occorre affetto e interesse per tessere buone ed efficaci strade tra l’adulto e il bambino e per vedere possibilità nascoste sotto centimetri di irrequietezza.

Nella mia piccola esperienza di un’estate, di tanti calendari fa, in un centro estivo alla periferia di Roma, all’angolo tra il Bronx e i bassifondi di Cali, destinato all’integrazione di bambini e ragazzi problematici, cresciuti a pane, disaggio sociale e violenza, ho imparato che quello che mancava, soprattutto, nelle vite di queste meravigliose, piccole persone era l’ascolto, farcito con una buona dose di affettività vera e concreta. Mica ho scoperto la luna, lo so.

Ho capito, grazie a loro, che già bastava raccogliere lo sgomento provato e vissuto, focalizzarsi bene su quei piccoli occhi inizialmente sfuggenti e non perdere nemmeno una di quelle preziose parole scivolate dalle loro bocche, per liberare la delusione covata contro gli adulti nei loro pochi anni e rendere il più “feroce” e urlante pargolo in odore, ancora, di pannolino, un ometto smarrito, curioso e adorante. I futuri delinquenti, malati mentali, rifiuti della società, con l’etichetta già bella e scritta, ci aspettavano, spiavano i nostri sguardi alla ricerca di una prova della loro esistenza, in un mondo che li negava e noi, pronte, glielo confermavamo con un sorriso e l’occhiolino.
Predisposte all’abbraccio ma anche al rimprovero, se serviva, io e le mie colleghe, non disdegnavamo le contrattazioni e i compromessi per ridisegnare un passaggio umano tra noi e le loro piccole esitazioni e inverosimili paure.

Quell’estate profumata di corse in autobus, di caffè e cornetto trangugiati alla stazione, di impegno, di scoperte e di errori (di cui conservo, ancora, profonda vergogna) è stata una delle più importanti soste della mia formazione.
Quell’estate colorata all’ombra di un giardino di una scuola, aperta in quella stagione dipinta e arroventata, prima di ridiventare, subito dopo, seria, allo scoppio della prima campanella scolastica, ha cominciato ad istruirmi sulla certezza che quello che serve per guarire dal dolore e dal cattivo amore è il rapporto umano, l’affetto trovato, la risposta interessata all’altro, che dice:” io ti vedo, vedo la tua bellissima nascita e la tua difficile esistenza”.

Quei bambini faticosi e diffidenti mi hanno costretto ad aprire occhi e orecchi, le lagne ho imparato presto a lasciarle a casa, per ritrovarle la sera addomesticarle e rimproverarle. Tornavo stanca ma piena di disegnini con i cuori e di pidocchi tra i capelli (inconvenienti del mestiere).
Buoni e cattivi non transumavano da quelle parti, parenti lontani che non ci piaceva frequentare, non venivano masticati nelle nostre bocche, eravamo, alcune, inesperte si, ma non stupide e insensate fino a quel punto.

L’ansia da prestazione da programma scolastico, evidentemente, annebbia la vista. Le maestre ci hanno ripetuto nelle varie riunioni, fino all’indigestione, che loro non possono fermarsi perché l’istituzione scolastica le richiama all’ordine costituito e chiede conto del lavoro svolto. Piccoli soldati in marcia, chi non sta al passo va fuori.

Son certa che mia figlia imparerà nozioni e fatti, nel moderno nozionificio senza affetto o affetto a condizione di. Leggere, scrivere e far di conto saranno le sue specialità ma saprà, anche, grazie a questa scuola vecchia e umanamente incompetente mettere i cartellini “buoni e cattivi” a se stessa e ai suoi compagni.

La scuola che non mi piace, che mi rattrista e che mi delude è proprio questa.

Marina Mancini


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