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L’unico italiano premiato nel corso dell’ultima edizione

Federico Ferrandina riceve due Global Music Awards - Intervista

sabato 1 dicembre 2012 di Pietro Bizzini

Intervistiamo il musicista lucano Federico Ferrandina poco dopo aver ricevuto negli Stati Uniti due Global Music Awards, importantissimi premi a livello internazionale: l’Award of Merit per la canzone “What we are” e l’Award of Excellence per la canzone “Paradigma”.

P.B.: Sono due premi che, in qualche modo, ti aspettavi? Te lo sentivi o sono state due sorprese totali?

F.F.: Premettendo che ricevere premi è sempre una cosa un po’ sorprendente, ero abbastanza sicuro del fatto che anche se non mi avvessero premiato la giuria riconoscesse la qualità del mio lavoro.

P.B.: “Paradigma” e “What we are”, sono due canzoni molto diverse fra di loro. Raccontaci un po’ la loro genesi e come sono arrivate ad essere premiate.

F.F.: Paradigma è una composizione strumentale, questo tema ha avuto varie versioni, ma la preferita rimane la prima, per tre chitarre classiche, che ha ricevuto il Global Music Award of Excellence. Fu incisa nella primavera del 2004 in mezz’ora, ritagliando questo tempo da una sessione di registrazioni per le musiche di un balletto su cui lavoravo in quel periodo. Infatti nella parte centrale del brano la chitarra solista sviluppa la melodia con una vera e propria improvvisazione. Il risultato fu immediatamente così convincente che non osai ritoccare quell’alchimia che si era creata.

What We Are è una semplice forma canzone in inglese e fa parte dell’omonimo album che ho appena pubblicato per le edizioni FlipperMusic, con cui realizzo gran parte dei lavori che poi vengono utilizzati per sonorizzare prodotti televisivi e cinematografici. Scrissi il brano mentre ero a Parigi per alcuni concerti. Se si cerca tra le mie foto sui social network se ne trova una scattata nella metropolitana di Parigi che inquadra un quaderno su cui scrivo qualcosa: era proprio il testo di What We Are che aveva una tale urgenza di compiersi che fui costretto a terminarlo nella metropolitana, altrimenti sentivo che avrei perso l’unico istante possibile per farlo.
Questo vale per entrambi i brani: è come lavorare il vetro, è una materia che non bisogna lasciar raffreddare.
La loro premiazione è seguita ovviamente alla candidatura dei brani, che mi fu suggerita l’estate scorsa da un compositore che vive e lavora a Los Angeles per il cinema e con cui sto intrecciando una collaborazione (in questo momento mi trovo a Los Angeles per questo).

P.B.: Quanto tempo dedichi alla musica in una tua giornata tipo?

F.F.: Sono una specie di workaholic, e se non sono in studio a registrare o a studiare, molto probabilmente sono a fare pubbliche relazioni o a scrivere mail che riguardano il lavoro. Purtroppo questa dedizione mi lascia ben poco tempo per tutto il resto, ma sono in una fase in cui ricevo feedback positivi e mi vengono offerte delle belle occasioni di fare quello che amo, che studio e rincorro da sempre, per cui non posso fare altro che impegnarmi in modo totale.

P.B.: Ti senti musicista completo o hai qualche parte mancante ancora da approfondire?

F.F.: Non credo esistano musicisti completi, e se ce ne fossero credo che anche loro starebbero sempre alla ricerca di qualcosa. Quando parlo di lavoro intendo anche il confronto quotidiano con musicisti del passato e del presente, che consiste appunto nel rendersi conto della propria incompletezza e studiare, provare, cercare di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Per me questo confronto è fondamentale perchè stimola la mia creatività in modo infallibile.

P.B.: Sei chitarrista, quale strumento “altro” t’appassiona di più? E perché?

F.F.: Ho scritto tanta musica per solo piano, credo perchè sia stato il mio primo strumento (venendo da una famiglia di musicisti da varie generazioni era inevitabile che da bambino mi imponessero il pianoforte, ma ne sono uscito presto innamorandomi del rock e della chitarra). Strimpello il bandoneon, avendo continue relazioni con il mondo del tango e con musicisti sudamericani. Sono riuscito a farmene comprare uno a Buenos Aires e studiarne un po’ il linguaggio, per saperne esaltare le potenzialità quando devo scrivere o arrangiare qualcosa per le formazioni con cui lavoro.
Attualmente intrattengo rapporti intimi con lo ’strumento’ orchestra: non credo che gli studi accademici di composizione possano esaurire questo aspetto della ricerca musicale, per cui ho sempre qualche partitura orchestrale per le mani, con una spiccata predilezione per il Novecento.

P.B.: Hai lavorato molto per la televisione statunitense ed il cinema. Ci sono delle differenze, musicalmente parlando, lavorando per comporre colonne sonore per telefilm e film?

F.F.: Dipende molto da come i rapporti sono configurati. Il mondo dell’audiovisivo è talmente complesso che può accadere che si abbiano richieste molto dettagliate direttamente dal regista di un documentario, oppure al contrario che si lavori un po’ alla cieca (anche Hermann lavorò su un film di Hitchcock senza averlo mai visto prima, non vorrei sbagliarmi ma credo sia Psyco, eppure è una delle partiture più studiate e imitate della storia delle colonne sonore). Talvolta il cinema dispone di risorse economiche e tempi di realizzazione maggiori che permettono risultati migliori, ma devo dire che finora la mia piccola esperienza è fatta soprattutto di occasioni frettolose e più o meno fortunate, insomma non ho ancora firmato personalmente una colonna sonora intera di un film hollywoodiano, spero di poter dire di più tra non molto tempo...

P.B.: Mentre il teatro è ancora qualcosa di totalmente differente dallo schermo, grande o piccolo che sia, o si sta adattando?

F.F.: Non credo che il teatro abbia bisogno di adattarsi a nulla. Il suo linguaggio è l’esperienza immediata di quel che avviene sulla scena, è come dire, maledettamente ’dal vivo’ e non ha alcuna necessità di gareggiare con lo schermo, su cui invece vediamo sempre lo stesso prodotto frutto di un montaggio di cose preparate in luoghi e tempi diversi. Anche se amo vedere le due arti dialogare tra loro (certe soluzioni nel teatro attuale o al contrario la proposta cinematografica di opere teatrali come i recenti Killer Joe o Carnage) mi piace pensare a due mondi indipendenti.

P.B.: Cosa hai esportato della tua “italianità” negli States e cosa hai importato dal paese a stelle e striscie?

F.F.: Forse è un po’ presto per dire che io abbia esportato veramente qualcosa, di certo i premi testimoniano una stima per la nostra creatività e il nostro mondo artistico e culturale. Quello che vorrei importare e non mi pare in Italia sia attualmente di moda, è un po’ di serietà e preparazione vera al servizio dei prodotti artistici e culturali: la musica italiana, la televisione e anche il nostro cinema, salvo rari casi eccellenti, sono governati e gestiti da logiche che non hanno nulla di qualitativamente autorevole, decisioni importanti vengono prese da incompetenti e così alcune responsabilità e scelte importanti finiscono nelle mani di altri incompetenti. Questa è una misura della cattiva qualità della nostra vita culturale, se non addirittura della nostra società intesa come rete di rapporti.

P.B.: Tra i moltissimi artisti con cui hai collaborato, con chi hai sentito di fare un salto di qualità nella tua carriera?

F.F.: Con coloro che mi hanno saputo mettere nelle condizioni di fare quel che so fare: da Roberto Kunstler che nel 2001 decise di portarmi sul palco del Premio Tenco nonostante fossi veramente piccolo, ai vari musicisti sudamericani con cui condivido il Tango come Ana Karina Rossi (interprete residente a Parigi di cui ho prodotto e arrangiato l’album Geografías), per arrivare alla cantautrice Chiara Morucci di cui ho arrangiato l’album di esordio, o a Pilar, con cui sto per tornare a fare concerti in Francia. Poche settimane fa ero con lei sul palco della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco Della Musica, come chitarrista, arrangiatore e direttore dell’orchestra d’archi che la accompagnava.
Per le colonne sonore non posso non ricordare il lavoro svolto per il Teatro Delle Apparizioni, una tra le compagnie più originali e interessanti della scena attuale.

P.B.: Qual’è il tuo sogno musicale nel cassetto?

F.F.: Semplice: continuare a fare quello che faccio con questo entusiasmo, magari a condizioni migliori, ma con la stessa curiosità e passione.

Intervista di Pietro Bizzini

Links:

www.federicoferrandina.com
www.myspace.com/federicoferrandina
www.youtube.com/user/FeFeVideochannel

Contatto:
federicoferrandina@gmail.com


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