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Novità editoriale

Donne alla ricerca di sé nel libro “La bambola sulla sedia”.

mercoledì 21 novembre 2012 di Alessandro Pierfederici

Una storia di un’amicizia femminile scaturisce dalla bella penna di Mariacarla Rubinacci, che nel suo ultimo romanzo “La bambola sulla sedia”, continua a esplorare il pianeta donna.
La Milano da bere e la suggestiva cornice del lago di Como fanno da sfondo alle esistenze di due amiche del cuore, insostituibili e indispensabili, che si accompagnano durante gli alti e bassi della vita, dalle incertezze dell’adolescenza, passando per le responsabilità dell’età adulta, fino al tempo dei bilanci.

Un mondo soffuso di memorie giovanili accoglie il lettore del romanzo “La bambola sulla sedia” di Mariacarla Rubinacci (Statale 11 Editrice - Pianeta donne, pp. 138, 12€), caratterizzato sin dai primi capitoli da una scrittura delicata ed espressiva che evoca ricordi e immagini di una vita studentesca improntata ad una visione fiduciosa della realtà.

È un mondo quello delle due protagoniste, ritratti scolpiti da una mano abile nel sondare l’animo femminile, che, pur dovendo un giorno necessariamente confrontarsi con ciò che lo circonda, sembra quasi bastare a sé stesso, estromettendo dai suoi confini una realtà che solo a tratti penetra in quel nido. Gradualmente i caratteri delle protagoniste si delineano come complementari l’uno all’altro: tale diversità comprende tutte le possibili sfumature dei pensieri e degli atteggiamenti della vita studentesca, suscitando nostalgia in Lidia, la voce narrante, e nelle altre figure che popolano la storia, quasi avessero partecipato alla vita scolastica di ciascuno di noi, condividendone le aspirazioni, le ansie, i sogni, le delusioni.

La vicenda, proiettata nell’interiorità del ricordo come un’immagine che dal dettaglio si apre gradualmente ad un campo lungo e ad una panoramica, prende poi forma e svela la sua collocazione nella realtà attuale. Tale architettura narrativa, oscillante fra presente e passato, fa della rievocazione la parte attiva della storia e la spinge verso il suo nucleo essenziale, l’incontro di Lidia con Chantal (l’altra Lidia). Che la protagonista, nella sua volontà di rintracciare l’amica scomparsa attraverso una giovane che le assomiglia, stia cercando invece la parte nascosta e repressa di sé? Ciò che a Lidia è mancato, per pervenire alla totalità del proprio essere, era in Gisella, la cui scomparsa diventa così la perdita di una parte di sé ancora non rivelatasi, per cui, ad un certo momento, affiora inevitabile la necessità, quasi morbosa, di scoprirla e conquistarla.

La narrazione ritorna, quindi, nell’universo malinconico della memoria, acquistando un fascino misterioso man mano che la storia procede e spingendo il lettore ad avvicinarsi e ad allontanarsi costantemente dai vari piani narrativi, con la sensazione di una scrittura a più dimensioni che trasmette con efficacia l’ansia, l’insicurezza, il dubbio di colei che non può rinunciare, pur temendola, alla scoperta della verità su Gisella (e quindi su se stessa). Emerge qui la sapiente maestria con cui è dosata la progressiva acquisizione della verità: i primi incerti contatti, l’appuntamento, la sala d’attesa, tutto sembra caricarsi del peso simbolico di un percorso di prove da superare per giungere alla meta desiderata.

L’iniziale idillio si è trasformato e alla serenità e fiducia di quelle speranze giovanili subentra la realtà, quella stessa che possiamo riconoscere anche oggi nella sua aridità, sia essa all’insegna di una vita di famiglia e lavoro, forse troppo tranquilla per essere vera, sia essa sotto il segno di un effimero e finto universo di colori, luci, esibizioni. Siamo di fronte ad un’anima alla ricerca di una piena identità: sotto un’impalpabile tristezza che sembra placare la sofferenza di una separazione inspiegabile, ovvero di un’impossibile conciliazione di due modi opposti di essere, una quiete quotidiana priva di slanci cerca faticosamente la sua vitalità nelle piccole cose di ogni giorno ma cela dentro di sé i fantasmi dell’inconscio, qualcosa che prima o poi (questa volta attraverso un’immagine) si risveglia. Il mistero penetra inquietante nell’esistenza di una donna interamente consacrata agli affetti, al lavoro e al ricordo nostalgico di quella lontana amicizia.

A guidare la vicenda è il destino, frutto di una volontà o di un disegno superiore, il “caso” che riporta in vita il passato, facendo affiorare alla luce della coscienza il buio di ciò che non siamo e che, il più delle volte, spaventa, perché potrebbe in ogni momento accadere anche a noi.

Ed ecco che Lidia, descritta dalla Rubinacci con partecipe realismo, riveste i panni di un’eroina drammatica, combattuta fra normalità e il regno a lei estraneo dell’effimero, in cui ritroverà, attraverso la giovane Chantal, la strada da percorrere per far riemergere ciò che non è mai stato nella sua vita. Il dramma, esteriore ma anche intimo, si consuma, forte, con evidenza quasi teatrale, attraverso agnizioni e sofferte narrazioni affondate nei ricordi. Come nell’antica tragedia, l’errore è punito da un’imperscrutabile legge fatale, e colei che incarna la catarsi finale attraverso la sua pena è una figura esile nella sua fisicità e quasi metafisica nella sua immobilità statuaria, lontana ormai dal mondo che l’aveva resa famosa e infine distrutta.

Due diversi destini, due esempi di umanità, o forse un’anima divisa da se stessa che cerca la sua parte gemella: la Rubinacci lascia magistralmente sospeso l’inquietante interrogativo. La donna che rifuggiva dalla normalità quotidiana diviene la figura tragica, fuori dal mondo e dal tempo (viene in mente la volontaria “reclusa” di “Notre Dame de Paris” di Hugo), colei che invece era parte di un’esistenza regolare diventa l’ardita protagonista che scopre il coraggio e la determinazione per guardare dentro di sé e, al cospetto di ciò che le manca, sentirne la necessità e restarne travolta, tanto da ritornare indietro, ma senza poter più staccarsi dalla sua nuova consapevolezza. In ognuno alberga il germe della follia, e spesso la normalità della vita è l’inconsapevole fuga da questa follia e la sua repressione sotto una patina di conformismo. E forse quella follia è la parte più autentica del nostro essere. Una sorta di tensione percorre l’intera storia che si avvale di una scrittura fluida e immediata. La scrittrice sembra voler suggerire che ogni esistenza, in particolare quella più immune dai turbamenti, può essere cambiata dal ritorno di un vissuto che si credeva sepolto e che risorge, portando con sé l’oscuro timore di scoprirvi la fonte delle proprie paure, la causa dei propri fallimenti, il seme dell’irrazionale e della pazzia. Il pensiero ci riporta ad una massima cinese: “Il tuo passato ti insegue e prima o poi ti raggiungerà!”. Tocca a noi essere pronti.

Alessandro Pierfederici

Milanese trapiantata a Napoli, Mariacarla Rubinacci esordisce nel 2002 con “Il covo di villa Arzilla” (2002, Guida Editori) a cui fa seguito “Il giorno che mi amerai” (2004, Guida Editori). Nel 2009 conquista il favore della critica con “La fantasia di Francesca” (Guida Editori), classificatosi al terzo posto al Premio Emily Dickinson e vincitore del Premio Letizia Isaia (sezione narrativa) e del Premio Megaris.


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