Altritaliani

A Natale la scuola italiana resta laica?

sabato 10 novembre 2012 di Marina Mancini

Natale, la magica festa dei bambini. Nelle scuole italiane della globalizzazione è ancora possibile festeggiare con i simboli della cristianità senza offendere o emarginare chi cristiano non è? La scuola italiana da sempre sotto osservazione per la sua scarsa laicità, dimostra anche in questa festa la sua incapacità di guardare ai tempi che cambiano.

Mi ricordo bene di aver iscritto Francesca ad una scuola pubblica e sono certa che la scuola pubblica italiana è laica.

Mi ritrovo tra le mani una piccola recita scolastica, piccola parentesi giocosa, di una programmazione educativa e costruttiva, seria, destinata a tutti i bambini, piccoli fiori, di una scuola elementare. Il titolo simpatico, ” Natale nel bosco”, evoca abeti, animali e fantasie tinteggiate di atmosfere silvestri.

Ma, continuo a leggere e l’aria frizzantina si trasforma in una beatificata liturgia ecumenica, con tanto di annunciazione, re magi e tutto l’equipaggiamento e il lessico dei canonici e consacrati racconti celestiali.

Un esercizio di catechismo estremo tra le righe di un apparente, innocuo, progetto teatrale, un esaltazione di adoriamo, lodiamo e serviamo che ricorda l’odore d’incenso e le ombre di luoghi severi e rigorosi, crocevia di Santi, Madonne e Gesù Cristi, tristi e martirizzati.

Verifico e interrogo le impressioni della mia infanzia e adolescenza ritornando a quei pomeriggi noiosi, deprimenti e polverosi tra crocifissi e suore inamidate nelle ore, lente, dell’ave Maria, o a quelle bibbie e riviste opprimenti e violente, allestite per fiaccare ogni minimo tentativo e pretesa di onesta vitalità, impugnando la minaccia, sempre pronta sulla punta della lingua, della fine del mondo, e tutto corrisponde, tutto risuona perfettamente di spirito santo, peccatori, beati, fede cieca e assoluta.

Emozioni sparse, le raccolgo tutte e le cucio con cura nella tasca della memoria, cerco di dare loro un ordine e un senso , perché non scappino confuse e indisciplinate, perché, le conosco, sono indisponenti e scivolano via senza una misurata elaborazione e si macchiano, ancora, di rabbia e strafottenza. Due ne individuo e le metto all’angolo, parlano di emozioni castrate, d’ impossibilità a far emergere un’ identità femminile libera, consapevolmente e gioiosamente sessuata e di fatica, grande e dolorosa, per far tacere e poi superare, in una battaglia dichiarata e necessaria per l’essere, il diabolico senso di colpa, assorbito lentamente, sermone dopo sermone, nelle sagrestie o nelle sale del regno o, peggio, rimestato nel vocabolario familiare, tra una pastasciutta ipocrita e una minestra indecente, condite con il sale del peccato e della santa vergogna e servite nell’ insensata mensa del pentimento eterno.

Fermo le brutte suggestioni suscitate da questa simulazione teatrale, impachettata e consacrata, furbescamente, per diverse intenzioni e finalità, scelta precisa delle maestre, e scrivo:

Gentili maestre,

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di leggere in anteprima il copione della recita, mi è dispiaciuto molto, però, constatare che il taglio scelto per la spettacolo è assolutamente di ispirazione cattolico –cristiana, senza considerazione assoluta di tutte le altre possibilità che un’occasione come quella del natale, pensata, anche, nel suo significato originario e più antico di rinascita e di gioia dopo l’inverno può offrire. In tutte le culture si trovano passaggi della celebrazione del solstizio d’inverno, molto precedenti rispetto all’ appropriazione che ne ha fatto la religione cristiana.

Non mi è chiaro se il progetto della recita rientra nel percorso delle lezioni di religione o se è contenuta nel programma didattico generale. Nel primo caso non faccio nessuna obbiezione solo, se mi è permesso, sollevare il dubbio che si è persa un’ occasione per creare un momento culturale e formativo che possa coinvolgere davvero tutti i bambini, bastava cogliere l’aspetto storico del significato sostanziale che il solstizio d’inverno ha per molti popoli, cristiani e non, (….un esempio, tra gli altri mille che si possono suggerire).

Se, invece, il progetto teatrale è un progetto della scuola destinato a tutti i bambini perché rientra nella didattica comune, allora, io devo protestare.

Il fatto che gli appartenenti alla religione cattolica siano la maggioranza non giustifica, assolutamente, che vengano utilizzati ulteriori spazi e momenti di lavoro al di fuori della già assegnata ora di religione, per la diffusione e propagazione di questo pensiero. Il filo conduttore scelto per la recita automaticamente discrimina e allontana tutti i bambini e le famiglie che appartengono a culture, esperienze, credi e identità diverse, meritevoli della stessa attenzione e considerazione.

La scuola italiana è laica e così deve essere in tutte le sue manifestazioni educative, ludiche e di socialità, compresi anche gli ambienti di vita scolastica, che devono abbracciare e far sentire come a casa propria tutti i bambini. (Faccio, sinceramente, fatica a capire i crocifissi nelle aule, mi pare assurdo vedere, anche, il calendario di padre Pio sulla cattedra).

Ai bambini che non parteciperanno alla recita cattolica quali altri spazi sono stati pensati e assegnati per vivere nello stesso modo, ed è un loro diritto, un momento formativo, interessante e stimolante quale quello del teatro, senza sentirsi “figli di un dio o di una cultura minore”?

Spero che ci sia il tempo, prima del lavoro teatrale, per poter porre rimedio a quello che, a mio avviso, è una mancanza di attenzione grave per le diverse vitalità ed esperienze (umane e culturali), che costituiscono, tutte, le preziose voci portate dai bambini nelle scuola. Se l’attività teatrale è inclusa nella programmazione scolastica, allora, questa deve essere un momento colorato, divertente, collettivo, educativo che rappresenti tutti, non si può tollerare che diventi il pretesto per uno strappo alla laicità dell’istruzione e dell’esperienza formativa, un’occasione per la divulgazione di un solo punto di vista e convinzione religiosa che, ovviamente, divide e non accoglie.

Rimango in attesa di risposte in merito alla situazione. Cordialmente ….

….. E l’attesa continua a distanza di una settima da quando ho scritto alle insegnanti. Solo un segnale questa mattina, le parole delle mamme, fuori la scuola, che discutevano dei vestiti per la recita, perse tra tuniche, veli, tessuti per pastorelli, Marie, Giuseppe e re magi. Mi è venuto un dubbio: siamo sicuri che le istituzioni del mio paese e, soprattutto, la sua scuola siano, ancora, laiche? O, forse, non lo sono mai, onestamente, state.

Marina Mancini


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