Altritaliani

“L’italianese” - L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.

giovedì 24 settembre 2015 di Claudio Antonelli

Noi, di origine italiana residenti a Montréal, che lingua parliamo quando, convintissimi di parlare la lingua della penisola, usiamo quel nostro italiano particolare? Mi riferisco alla nostra lingua locale, farcita di parole come: “montante” (al posto di ammontare, somma, importo), basamento (invece di seminterrato, scantinato), camera (al posto di macchina fotografica), colletta (in luogo di raccolta), fermare (invece di chiudere), benevolo (in luogo di volontario); o ancora a termini come plombiere (idraulico), baschetta (cesto, paniere), corno (angolo), fattoria (fabbrica), licenza (patente), pippa (tubo), iarda (orto, giardino, cortile), begga (sacchetto), giobba (lavoro), sciabola (badile, pala), sciomaggio (disoccupazione), fensa (siepe, recinto), moppa (spazzolone, strofinaccio), marchetta (mercato), pusciare (spingere), norza (infermiera), bosso (capo) sanduiccio (panino) e così via...

Si tratta dell’ “italianese”, ci spiega il docente universitario (Concordia University) Bruno Villata nel suo saggio “L’italianese - L’italiano comune parlato a Montréal (Montréal: Lòsna & Tron, 2010, 49 p.).

Il professor Villata da anni si interessa, attraverso studi teorici rigorosi e verifiche “sul campo”, all’ “italiano comune parlato a Montréal”. Idioma ch’egli differenzia dall’ “italiese” degli italiani di Toronto e delle altre località nordamericane, dove la lingua italiana ha subito l’influenza soltanto dell’inglese, e non dell’inglese e del francese come qui a Montréal. E trovo che il neologismo “italianese” è utile per differenziarlo dall’“italiese”, con cui appunto si designa il “linguaggio consistente nella mescolanza di vocaboli e costrutti italiani e inglesi (...)” [lo Zingarelli, 2011].

Questa “favella singolare, che sembra un miscuglio di parole dialettali, italiane, inglesi e francesi quasi sempre uscenti in vocale” è da considerarsi un gergo ridicolo, sprovvisto di logica, di cui non ci resta che vergognarci? Assolutamente no, poiché tale lingua risponde ad un bisogno concreto di comunicazione, di comprensione; inoltre sottintende tutta una serie di regole e principi, che Bruno Villata nel suo saggio ci presenta in maniera chiara e coerente.

La parlata italiana di Montréal è “una parlata adatta alla comunicazione” nel nostro contesto linguistico particolare contraddistinto da due lingue forti: il francese e l’inglese.
L’ “italianese” è pertanto una lingua “ricca di voci prese dalle lingue forti”, “assimilate al sistema morfologico italiano mediante l’aggiunta di una vocale finale” (che si pensi a “giobba” / job in inglese).

I vari aspetti dell’interagire tra l’italiano e le due lingue forti sono analizzati, a nostro beneficio, dall’autore. E presentandoci (p. 16-25) le “caratteristiche più salienti dell’italianese” e le sue particolarità grammaticali (p. 25-32), Bruno Villata fa sempre ricorso ad esempi chiarificatori.

Molte parole italiane sono scomparse dal nostro vocabolario di trapiantati. Che si pensi ad idraulico o ad assegno.
Qualche volta sono scomparse, direi io, “per decenza” o, come Villata più diplomaticamente spiega, per “influenza indiretta”: ad esempio, il nostro “sciare” è stato sostituito da “schiare”, visto che chier in francese vuol dire tutt’altra cosa...
Un’altra influenza del francese sull’italianese: l’uso ridondante da parte nostra, italiani trapiantati, dell’aggettivo possessivo. I francesi specificano sempre il possessivo. Essi diranno, infatti, “Je tenais mes mains dans les poches de mon pantalon.” Noi, in italiano, non sentiamo il bisogno di specificare che le mani sono nostre e che il pantalone anche è nostro, e diciamo semplicemente: “Tenevo le mani nelle tasche dei pantaloni”. Ma in Québec, l’influenza della lingua francese ci spinge, anche in italiano, a specificare che le mani e le tasche sono proprio nostre e non quelle di un altro.

Ma le contaminazioni delle due lingue forti sull’italiano non si fermano qui, e Bruno Villata, attraverso la sua scrittura agile e chiara, ce ne propone un’intera serie.

L’interessante studio si conclude con un glossario, le note, un’appendice, e un indice.

Claudio Antonelli, da Montréal


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