Altritaliani
La lettera di Marina

Si scrive Alemanno e si legge malasorte.

Con la meteo a Roma ormai la paura fa 90.
mercoledì 17 ottobre 2012 di Marina Mancini

A Roma niente tempesta perfetta, il previsto uragano si è risolto in un po’ di pioggia, ma dopo le défaillances del Comune con la neve e le inondazioni, la fobia monta. Colpa anche della scarsa credibilità degli enti locali, con una regione intenta alle feste con le teste di porco ed un sindaco celebre per i rigatoni alla pajata e la parentopoli delle assunzioni.

Il giovane Gianni comincia a preoccuparmi, non che mi sia particolarmente simpatico ma quando una smisurata convergenza di sfortune precipitano, tra il capo e il collo, di una sola persona, io umanamente mi dispiaccio.

E poi adesso che la sua amichetta del cuore nero se ne andata, trascinata dal puzzo e dal fetore degli scandali, egli, sua eccellenza il sindaco di Roma, si dovrà pure sentire un po’ solo. Ci aveva provato a trattenerla:“ A Renà rimani, ma che vuoi che sia? per du spicci che se so intascati….nun me lassa!” .

E invece, tutti, alla fine dobbiamo fare i conti con la nostra propria coscienza o , nel dubbio, se quella è scarsa, con il buongusto che, superato un certo limite, cozza con la facciaccia tosta.
Povero Gianni! Addio pranzetti a base di rigatoni con la pajata ingurgitati sotto i riflettori insieme alla nostra sempre, nei secoli, amata, mi viene da sostenerlo e confortarlo…: “ non ti preoccupare Ale troverai qualcun altro per magnà, insomma, candidati non mancano!”.
Tanto solo, poi, in fondo Gianni non l’ho è mai stato, evidentemente la paura dell’ abbandono lo attanaglia.

Dal giorno della sua solenne investitura, come dimenticare quel 9 agosto 2008, l’emozione che batteva poderosa sotto il cielo del Campidoglio e nel mio cuore addolorato, alla vista di quella gente festante a braccio teso a salutare il loro fiero compagno d’armi, bei momenti! Ma dicevamo, dal giorno della sua investitura il nostro si è circondato di tanti amici e parenti. L’amore per la famiglia prima di tutto!

Il famoso gioco del monopoli, o nonopoli come dice Franceschina, ti pigli tutto il malloppone da vicolo corto a viale dei giardini e ci piazzi tutte le case e gli alberghi che la fantasia e l’amore per la vita ti suggerisce.

E così il nostro simpaticone giocatore di nonopoli per vincere la solitudine ha piazzato tra Atac (azienda trasporti di Roma) e Ama (azienda gestione rifiuti), un numeretto niente male di duemila assunti, a chiamata diretta, cioè “aho pronto! che devi da fà domani? Viè a firmà il contratto…te faccio portà l’autobus da vicolo corto a via magna Grecia, porta pora nonna che trovamo un buchetto pure a lei!”. Tra gli amici degli amici e parenti dei parenti avranno speso parecchio in telefonate. (Fonte: Repubblica 9 dicembre 2010)

Ma è con la protezione civile e il meteo che l’Alemanno dà il meglio di se! Con il sole e le nubi gioca a rimpiattino e non c’è verso che gli diano un minimo di soddisfazione. Con la neve non è andata proprio benissimo nel febbraio scorso, il principe del meteo non era preparato ad un simile evento e così la città che gestisce.

Roma si è ritrovata bianca e disordinata, scuole chiuse, no anzi aperte (aperte senza fare lezione, una specie di rifugi di guerra)…uffici chiusi, quelli si, strade bloccate, autobus (Atac) fermi per i pneumatici non adatti ovvero scivolando allegramente sul ghiaccio, metro irrigate.
Roma capitale d’Italia, non il centro del Congo con tutto il rispetto per il Congo, assolutamente inarrivabile e inaccessibile. Giorni di lavoro persi in attesa del sole.

E mentre la gente era costretta a lasciare le automobili sul raccordo, sulla tangenziale o dentro le strade della città per tentare di tornare a casa a piedi, tra disagi e caos, lui sbraitava di centimetri di neve mal capiti e digeriti, di protezione civile irrispettosa e dispettosa, di notizie non arrivate o arrivate così così, sul toto quiz nevica si o nevica no?, con l’unica soluzione da proporre: il restate a casa se potete o spalate.

E con quella faccetta offesa faceva il giro delle sette chiese televisive armato di pale, distribuite a destra e manca, a dire che lui non c’entrava niente, lui la neve se la vedeva nemmeno la salutava, il sale, poi, lo usa per condire i rigatoni. E i pini? Quei fetenti! che non si abituano e fanno crollare i loro rami sotto il peso della neve, si potrebbero portare ogni tanto in settimana bianca!
In fondo è un peccato potarli periodicamente, ne va dell’aspetto selvaggio e primitivo dei viali e delle strade di Roma.

Se non è la neve è l’acqua che porta scompiglio, proprio un anno fa un nubifragio violentissimo ha messo fuori uso la città eterna.
Io lavoro, anche, nella zona chiamata Infernetto, a sud di Roma, appendice residenziale che si stringe al fianco della Cristoforo Colombo, verso il mare, un anno fa quel 20 ottobre 2011, ero in giro per lavoro, direzione Ostia.

Dopo una manciata di chilometri entro in città ma sono costretta a fermarmi, oltre non si può chiedere ad una macchina non omologata come anfibio, spengo il motore, provo a scendere tra la pioggia battente e i tombini lungo il litorale che scoppiano gonfi d’ acqua. La gamba affonda fino al ginocchio, l’unica cosa da fare e tornarsene a casa.

Non sospetto la tragedia, dopo qualche ora so che la famiglia, con bambini e due donne anziane a cui presto servizio, è scampata per miracolo all’annegamento.

La nera sventura, purtroppo, non ha risparmiato il loro vicino, un ragazzo cingalese di 31 anni morto dopo avere messo in sicurezza sua moglie e la loro bambina di pochi mesi. La comunità cingalese e i vicini di malasorte si sono stretti intorno alla famigliola, non mi risulta che dall’amministrazione ci sia stato un gesto di solidarietà, i funerali, per esempio, sono stati pagati dal buon cuore delle gente colpita dalla tragedia.

Perso tutto, tra l’acqua che ti entra a cascate dalle finestre, tutti i seminterrati che ospitano le stanze da letto ridotti a piscine, l’acqua che sale e tocca il primo piano, la paura che accompagna i pochi gesti possibili per frenare la marea fredda.

Le due anziane signore, che tutte le settimane mi accolgono gentili e sorridenti, si sono svegliate con l’acqua che già le abbracciava intorno alla vita, con fatica si sono trascinate per le scale, lottando contro corrente…. Ma solo un attimo dopo? Non ci voglio pensare a quell’attimo dopo che avrebbe descritto un finale diverso.

La marea di fango che ha investito le case proveniva da un canale di bonifica a una manciata di passi dalla gente, un canale lungo qualche decina di metri, addomesticato, silenzioso, sporco, molto sporco, accumulo sgarbato di rami, di foglie, di depositi di altra vegetazione. Gli do sempre un’occhiata quando gli parcheggio accanto.

Quel giorno una pioggia impertinente l’ha fatto traboccare, l’acqua è scivolata fuori e ha continuato il suo viaggio tra le camere da letto, tra gli affetti, gli oggetti, i vestiti buttati poi via, tra i pensieri di fiducia e protezione da allora abdicati alla violenza dell’acqua.

Tutto questo perché l’amministrazione era indaffarata a fare altro e nessuno ha pensato di mettere in sicurezza quel canale, vicino sgradevole di gente perbene che paga le tasse per avere la certezza, quantomeno, di non morire di pioggia.

Ma un anno è passato. Oggi torno, scortata da un sole caldo che mi attraversa, parcheggio accanto al canale, il solito “addomesticato, silenzioso, sporco, molto sporco…”, nessuno in un anno lo ha dragato per ripulirlo dai detriti, le opere di messa in sicurezza? fantasie canaglie e proposte indecenti che alla regione costano troppo.

Vado dalle mie signore, trovo nella sala da pranzo uno scenario da trasloco o rifugio atomico, tutto raccolto e portato dal piano di sotto a sopra, uomini, donne, bambini e anziani hanno dormito (o tentato), su materassi di fortuna tra la cucina e la sala, in quella casa come in tutte le altre. Ansia, angoscia e paura tutta la notte a contare le gocce che cadono e ad aspettare che il dramma annunciato si affacci indisturbato e impunito tra le pareti, dal soffitto e dalle finestre.

Nessuna azione concreta per contrastare la sciagura quanto il tempo era giusto per farlo, adesso proclami nefasti e iatture acclamate. Qualche sacco di sabbia intorno al canale, dell’altezza di due criceti e mezzo, per testimoniare il ridicolo di una gestione sconsiderata, prima e dopo, il disastro.

Io sono una che ama ridere e mi piacciono le battute, ma scherzare sulla paura e l’angoscia di chi ha sperimentato il freddo che sale sulla pelle e sulla vita e che ti concede solo uno scampolo di possibilità di sopravvivenza è da miserabili oltre che da irresponsabili.

Al nostro non gli è andata bene nemmeno l’ inverosimile tentativo di salvarsi il posteriore annunciando un cataclisma che non è arrivato. L’io ve lo avevo detto non gli è servito.

Ma per salvarsi la coscienza e la rispettabilità non basterebbe agire con sensatezza e vero interesse per la comunità facendo, per esempio, correggere un canale pericoloso?

Ma: «Alta e continua l’attenzione su una problematica che interessa l’intero territorio» dice un amministratore e poi.. “la fatina turchina trasformò pinocchio in un bambino…..”.
Io credo che rispolverare il vecchio sentimento della vergogna sarebbe, almeno, un passo avanti, di questi tempi, ti pare poco?

(Nelle foto alternate ad Alemanno gli effetti della pioggia e della neve a Roma da notare la foto con Bossi alla festa romano-padana);

Marina Mancini


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