Altritaliani
Shakespeare in carcere. Nelle sale cinematografiche dal 17 ottobre

Arriva in Francia “César doit mourir” di Paolo e Vittorio Taviani

martedì 16 ottobre 2012 di Raffaello Scolamacchia

Applausi a scena aperta del pubblico parigino hanno accolto Paolo e Vittorio Taviani alla presentazione in avant‐première del loro ultimo film, Cesare deve morire.
Questa calorosa accoglienza non è altro che l’ennesimo pubblico riconoscimento tributato ad un film che ha già mietuto una copiosa messe di consensi sia in patria che all’estero.

Il film è “esploso” con l’Orso d’oro a Berlino, per poi ricevere cinque David di Donatello, un “triplo” Nastro d’argento da parte del sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani (SNGCI), per finire con la recente ufficializzazione della scelta di assegnare al film il compito di rappresentare il cinema italiano ai prossimi Oscar.
I due registi hanno ringraziato il pubblico dell’anteprima parigina senza dimenticare di manifestargli i saluti “speciali” dei detenuti del carcere di Rebibbia, che di questo film sono gli assoluti protagonisti.

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Cesare deve morire, candidato italiano agli Oscar

Vittorio Taviani ‐ classe 1929 ‐ e suo fratello Paolo ‐ classe 1931 – sono tra i pochi autori nei quali il nuovo cinema italiano possa nutrire delle concrete speranze.
Questo paradosso rivela la profondità della crisi del nostro cinema, e allo stesso tempo sottolinea l’importanza dell’ultimo piccolo gioiello dei due battaglieri fratelli toscani in un contesto creativo e produttivo quantomai asfittico.

Cesare deve morire è un film di grande semplicità narrativa, eppure si rimane quasi stupefatti dalla ricchezza simbolica e dalle molteplici possibilità di lettura che la sua visione consente.
Non lasciamoci nemmeno ingannare dalla bellezza rarefatta delle sue immagini in bianco e nero: quello dei Taviani è un film carico di emozione e ricco di una tensione che travalica la pura rappresentazione scenica del dramma di Shakespeare.

I due fratelli di San Miniato hanno deciso di raccogliere la sfida di raccontare una storia di ordinaria disperazione – quella della condizione carceraria – intessendo ogni singola testimonianza in un arazzo nel quale i personaggi hanno le fattezze di nobili senatori romani.
Il meccanismo narrativo documentaristico ha consentito loro di articolare il racconto sulle parole, i volti e i gesti di alcuni detenuti (gli attori della compagnia teatrale del carcere romano di Rebibbia, diretta da Fabio Cavalli).
Tra questi, è Sasà Striano con il suo Bruto a rivestire il ruolo di protagonista principale del film. Unico attore non‐detenuto (avendo beneficiato di uno sconto di pena che gli ha permesso di uscire dal carcere nel 2006), Striano è ritornato a Rebibbia per girare un film negli stessi luoghi che aveva vissuto da carcerato.

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Nel carcere di Rebibbia

Il film procede come un lungo flash‐back che racconta la preparazione della messa in scena. Il bianco e nero fortemente contrastato di Simone Zampagni segna al tempo stesso lo scivolamento temporale e lo spostamento di prospettiva. Il lavoro degli attori‐detenuti sul “Giulio Cesare” di Shakespeare si svolge come su di una dimensione parallela, una sorta di sfondo sul quale si proiettano le ombre di coloro che sono si rinchiusi, ma che attraverso la messa in scena si liberano.

Il procedimento di dissociazione non è pero’ né automatico, né indolore. Richiede una grande fatica e non mette al riparo dalla possibilità che il passato riaffiori a scalfire la sicurezza dell’attore. E’ quello che succede a Striano quando, durante una delle prove, si blocca perché il suo Bruto è improvvisamente sopraffatto dal ricordo del sé “uomo d’onore”, in una specie di contesa tra due personaggi accomunati da un analogo contesto.
Man mano che la tragedia prende corpo negli attori, i volti si contraggono in maschere sempre più livide, come se fosse lo stesso bianco e nero a scavarle e ritagliarle.

Ma la vera tragedia non è quella che va in scena nel teatro a colori della sequenza finale.
E’ quella che si svolge negli angusti corridoi e negli scarni cortili dell’ora d’aria di una delle carceri di massima sicurezza del nostro civile paese. Dove gli uomini non sono carcerati ma, come dice uno di loro, “osservatori di soffitti”: una buona metà delle loro giornate le passano cosi’, ammassati in piccole celle, stesi sul letto, gli occhi fissi sull’intonaco.
Il teatro per alcuni di loro diviene cosi’ una specie di evasione, una maniera per resistere alla successione infinita e alienante dei giorni tutti uguali. Alla sera pero’ arriva sempre il momento in cui il secondino ti chiude la porta dietro le spalle. E a Cosimo Rega‐Cassio, “fine pena mai”, non resta che guardare fisso in macchina, quando dice: “ Da quando ho scoperto il teatro, questa cella è diventata una prigione”.

©Raffaello Scolamacchia

TRAILER UFFICIALE DEL FILM

Distributeur France
Bellissima Films
Informations et téléchargements:

www.bellissima-films.com


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