Altritaliani
La lettera di Marina

La meglio gioventù e l’autunno caldo della scuola italiana

domenica 7 ottobre 2012 di Marina Mancini

Esiste un’Italia da incubo. Quello delle teste di porco, dell’arroganza di un potere corrotto e corruttore, becero e sprecone o dell’escort svendute dai genitori alla ricerca di un facile successo. Poi c’è un’altra Italia, quella di chi lotta per il lavoro o degli studenti che con creatività e coraggio difendono non solo il loro futuro, ma anche la scuola, la cultura e la dignità del nostro Paese. E’ “la meglio gioventù” contro cui la "malapolitica" non si esita a scatenare la repressione della polizia.

Ci sono dei giorni in cui la vita mi mette alla prova. Questa mattina, per esempio, apro gli occhi e la prima domanda che il cervello assonnato apparecchia è :“che faccio?”, il dilemma sostanzialmente è questo: percorro centoquaranta chilometri per andare a prendere quel documento che mi serve per sbrigare delle pratiche sociali o lascio perdere e rimando?

Soppeso la necessità, il vantaggio economico, ecc ecc ed è decisamente un cattivo affare, facilmente rimandabile, e quindi, parto! Il fiuto per la finanza non è il mio forte.

Sgombro il gatto ancora ronfante appollaiato sulla testa, sposto la gamba di Francesca dalla mia pancia, qualche volta, di sera, lei ha chiari sintomi di preveggenza: “ Mamma mi sento che stanotte faccio gli incubi”, “Ok! salta su…”, non sono in vena di discussioni quando sto a letto, un occhio chiuso e uno aperto già al di là della veglia.

Indosso le mie scarpe da ginnastiche vecchie, consumate e tristi assolutamente in armonia con i vestiti e lo stato d’animo, borsa da lavoro che pesa sulla spalla e vado. Attraverso la strada riflettendo sulla batosta capitatami sul groppone in settimana, quella santa frustrazione che oltrepassa la crisi e mi riporta sul giusto selciato spiegandomi dove sono arrivata e chi sono realmente, addomesticando le solite e noiose elucubrazioni pseudo fantasiose .

Bene così, un motivo per pensare e cercare, e dopo la crisi si sta decisamente meglio!

All’orizzonte la meta, verso le 10 di questa mattinata travagliata da riflessioni, riconosco la piramide, appena dopo la via Ostiense, e proseguo audace verso porta San Paolo, direzione testaccio. Ma il traffico rallenta fino a fermarsi, dei ragazzi si stanno raggruppando fuori della stazione della metro e da più o meno tutti i lati della strada sono asserragliati poliziotti, carabinieri, e municipale, senza contare l’elicottero della polizia che già da un po’ mi ronza nelle orecchie.

Butto la macchina in una via laterale, ostentando un baldanzoso e audace parcheggio che mi fa sentire temeraria e ardimentosa come una gazza ladra. Proseguo a piedi.

Raggiungo l’ufficetto, gentilmente chiedo copia del documento che il tizio mi aveva detto al telefono potevano darmi e proprio lui mi risponde accidioso e indolente “ ma io avevo detto Martedì non Venerdì !”, mentre attraverso il ricordo della telefonata alla ricerca della parola martedì e non la trovo, vedo nella mente la mia figura scagliarsi sul tizio e azzannarlo al collo, rifletto sul fatto che il pensiero è piacevole ma poco praticabile legalmente e allora mi arrendo al clima che ha imperversato tutta la mattinata e chiedo se possono metterlo da parte che poi torno a recuperarlo mercoledì :“ eh si ma prima deve telefonare!”

Forse non tutto è perduto, penso, e decido di continuare verso viale Trastevere e raggiungere la sede dei servizi sociali . Arrivo alla macchina ma spostarsi dal parcheggio che da su via Marmolada è una idea impraticabile, davanti a me si sta sgranando il corteo dei ragazzi in marcia verso il ministero della pubblica istruzione. Li guardo e mi viene da sorridere, ma quanto sono belli? I piccoli temerari aprono il corteo, gli audaci figli di Don Chisciotte della Mancia, indossano libri di gommapiuma e la loro straordinaria gaiezza.

Sono occhialuti, ossuti, dentro i vestiti larghi, tutti braccia e gambe lunghissime, rampolli di un adolescenza che li pretende, cantano, sorridono. Ambasciatori vittoriosi solo per il fatto di esserci e partecipare con il loro coraggio e le loro rivendicazioni. Sono vestiti di frasi celebri e preziose, “ odio gli indifferenti!” (Antonio Gramsci) grida uno di loro dalla sua pagina di gomma piuma.

E certo loro indifferenti non sono, trascinati sicuramente dagli entusiasmi della loro età che li muove con forza ed energia, sintomo obbligatorio per chi ha vent’anni o giù di li. Rimango chiusa nel parcheggio ad osservarli. L’entusiasmo incosciente dell’allegra brigata travalica dai loro occhi, si riversa per strada e si infila nel mio stato d’animo, ci mette poco e poi mi contagia.

Sono spinta fuori dalla macchina, mi unisco al loro entusiasmo, la loro energia prepotente mi assale, il tempo necessario per scattare qualche foto con il telefonino tecnologico e poi ritorno in macchina, ma, lo confesso, avrei continuato a cantare e a gridare con loro. Gli energumeni in tuta blu che li accompagnano e non certo a protezione, all’inizio e fine del corteo, non deprimono il loro spavaldo avanzare.

Sembrano più piccoli dei loro 14, 15 o diciotto anni, penso ai miei nipoti di quell’età, come loro splendidi e vitali e determinati nella faticosa arrampicata verso la ricerca della loro autonomia. Più facile per alcuni, complicata e sofferente per altri.

Una cosa però, secondo me, gli è chiara come la luce che colpisce i loro occhi senza possibilità di confusione o fraintendimenti: non c’è possibilità di ricerca, di crescita umana e di identità personale senza un’ accurata, precisa e necessaria conoscenza.

La comprensione di se stessi e del mondo passa attraverso l’apprendimento che viaggia scivolando tra i movimenti degli uomini, tra scoperte emozionanti, tra visionarie intuizioni, tra lotte valorose che hanno arricchito la storia, la filosofia, la matematica ecc…ecc, tasselli tutti di quell’ insieme straordinario che fanno la nostra comune storia e identità, tra saggezze, meraviglie ma anche mostruosità, disarmonie e plateali inganni.

Questi metaforici ricami che cuciono insieme le nostre corrispondenze umane sono patrimonio comune, un’ ansia crescente li dovrebbe rendere merce quotidiana, mercanzia facilmente raggiungibile e a buon costo, tesori da tramandare con affetto e delicatezza.

Evidentemente non è così, evidentemente attraversiamo un epoca in cui questo valore aggiunto alla vita diventa prodotto raro, consumazione costosa e nascosta, spero, non volutamente artefatta. Altrimenti non si spiega come mai questo stato e i vari governi che si sono succeduti hanno lasciato le briciole alla scuola pubblica e hanno arricchito, insolenti, le scuole private, con i loro personalissimi dogmi e scontrose e insincere verità.

Così la creazione e un Dio factotum che l’ha messa in essere è assioma incontrovertibile e il povero Darwin rilegato a puro folklore. Le verità di Galileo o di Giordano Bruno bruciate e sacrificate sull’altare dell’ oscurantismo e della superstizione.

E ancora, l’odiosa e arrogante negazione della realtà storica che ti fa vedere lucciole per lanterne se non impari e comprendi. Dall’altra parte siamo il paese in cui il vizietto del revisionismo è pane quotidiano, preso a pretesto per allevare i giovani caimani e le avanguardie nostalgiche. Si è arrivati all’assurdo di proclamare eroi, costruire mausolei, intitolare strade a criminali, ladri e assassini. Il marcio che si insinua e inganna.

Non voglio credere che si insegue la confusione, l’imbroglio tra piume e paillette, per ottenere una castrazione e ottusità perenne, ma la conoscenza che non emancipa e non fa evolvere è una sporca menzognera e rende prigionieri, è certo! E questi ragazzi dicono questo oggi, nel loro avanzare risoluto ma confuso, nei loro slogan provocatori lanciati contro uno stato precario, annoiato e violento.

Vogliono una scuola che funzioni, che gli permetta di respirare liberi, che dispensi sapere e non opinioni e personalissimi punti di vista di casta, vogliono le risorse che gli sono state scippate. Sono cittadini che pretendono i loro diritti. Chiedono a gran voce delle opportunità, reclamano speranze concrete. E la risposta alla loro perentoria richiesta di attenzione e conoscenza è la manganellata della polizia. Ma perché? Di nuovo il mondo all’incontrario o, sempliciotta me, una precisa scelta che trasforma il rovescio e lo mette diritto.

Vedo la fine del corteo, sfila via veloce verso viale Trastevere, si porta dietro la loro fantasia, allegria, vivacità, sono arrabbiati certo, ma felici di poter gridare il loro disappunto e la loro contrarietà ad un paese che li trascura e maltratta.

La loro energia mi riporta il buon umore. Mi rimetto in cammino e ripercorro all’inverso i chilometri con pensieri e speranze diverse. Accartoccio la tristezza e la getto dal finestrino al ritmo capriccioso delle frequenze radiofoniche. Spero che non si facciano male ma, soprattutto, che non gli facciano male.

Torno a casa e scopro, purtroppo, che non è andata così.

Marina Mancini


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