Altritaliani
Punto, due punti... e punto e virgola!

Il furto è legittimo, in Arte?

(In margine a "L’estate di Giacomo")
giovedì 4 ottobre 2012 di Giuseppe A. Samonà

Mi scrive Vanni Pierini a proposito dell’articolo su L’estate di Giacomo: [... ] Non ho capito perché ti debba, alla fine, fare quelle domande su cosa sapevano o no gli attori/non attori. Una volta ripresi penso conti l’opera, se c’è, e che la manipolazione sia una elaborazione, e che i ripresi si prestino (non: si regalino) secondo un patto tra adulti e regole di ingaggio/retribuzione condivise. Che altro ti interessa? E perché?

Gli ho risposto con una lettera, poi ho pensato che quel che vi evocavo poteva interessare le altre persone che avevano letto l’articolo. Così, le ho trovato un titolo e, previo consenso dell’amico V. P., cui era indirizzata, la riproduco qui di seguito, con qualche lievo ritocco: in particolare ho, per discrezione, eliminato il nome degli amici che chiamo in causa – o meglio, l’ho ridotto a una sigla, perché, se li diverte, almeno loro - insieme a Vanni - si possano divertire a riconoscersi.

***

Già, « perché » ? È un’ottima domanda, cui non so rispondere, né so rispondere all’altra: so però che mi accompagnano da anni, come una sorta di personale tarlo, che fa vivere la mia relazione con la creazione, più o meno artistica.

Probabilmente “perché”, mi verrebbe da dire, ritengo nel fondo che l’Arte sia una sorta di apertura generosa al mondo, un atto d’amore verso gli altri: e allora, si può “rubare” legittimamente a questi altri, che pur amiamo? Voglio dire: so benissimo che senza questo furto, questo saccheggio ininterrotto, nelle nostre vite, in quelle dei nostri (più o meno) cari, di chi ci sta intorno, non ci sarebbe Arte, e me ne accomodo, da sempre, anche e proprio perché il "maltolto" viene restituito, dovrebbe esserlo, moltiplicato – ma, da sempre, anche facendomi la domanda: fino a dove è possibile spingersi? non ci stiamo spingendo, non ci si è spinti troppo in là? (Arte, arti, le arti tutte: anche se qui penso soprattutto alla letteratura, e poi al cinema).

Mi sembra (ma forse formulo la questione impropriamente) che occorra fissarsi dei criteri, o quantomeno porsene il problema (una sorta di spiritello, l’antico demone...), al di là di quelli, ovvî, dell’esito poetico, proprio perché la poesia possa liberarsi: si possono, ad esempio, raccontare le miserie dei propri genitori (la famiglia, il proprio passato, sono il luogo del saccheggio per eccellenza) mentre sono ancora in vita?

Alcuni, hanno pensato di no, e hanno creato opere straordinarie, solo dopo la loro morte, attingendo più o meno direttamente a quelle miserie (i nomi sono molti - con R.H. una volta ci siamo divertiti a stilarne una lista! -, ma al di là di essi, per restare nelle immediate e più intime vicinanze, noi stessi, io, L.T., probabilmente anche tu [V. P.], con le nostre opere, mettiamo continuamente in atto questa autocensura) – altri tuttavia hanno sentito e deciso diversamente, e hanno prodotto opere non meno belle prima, cioè con i genitori ancora in vita (sempre nessuna lista, solo il primo nome che mi viene in mente, e torniamo al cinema: François Truffaut, Les quatre cents coups).

Comunque poi c’è la trasfigurazione nell’Arte, con il suo, anche giuridico, post-scriptum autoassolvente: Ogni somiglianza con personaggi realmente esistenti è puramente fortuita... (Il che ovviamente non ha nulla a che vedere con il fatto che i nomi dei personaggi vengano cambiati, dissimulati, o viceversa riproducano "la realtà" - magari come nell’ultimo, splendido, film di Alain Resnais, Vous n’avez encore rien vu, dove i personaggi, recitando se stessi, creano una sorprendente... finzione -, o che ancora si riferiscano senza equivoco a persone realmente esistenti, etc.: la trasfigurazione può avvenire, o non avvenire, nell’un caso come nell’altro).

Conta, come si dice, il risultato, l’esito: nessuno penserebbe di accusare Truffaut di avere "turbato" i suoi genitori, dentro la loro miseria... Ecco, tutto ciò - tutto ciò: qui, solo una scheggia di un discorso immenso, e immensamente complicato - mi fa da basso continuo, e lo tengo presente con le mie proprie creazioni: sapendo che non c’è una regola, almeno io non la conosco, e soprattutto ci sono infinite sfumature, piccole ferite e grandi riscatti, manipolazioni salvifiche, aggiustamenti... ogni situazione è diversa, ed è come se ogni volta si dovesse decidere per la prima volta.

(Il discorso immenso è un questionnement - come tradurre? ... un insieme di questioni da porre e da porsi -, una sorta di dialogo con se stessi, che si potrebbe intitolare: Come funziona e si legittima il “furto” in Arte? o anche: Il “furto” nell’Arte è sempre legittimo? Esso s’apre a raggiera, raggruppa problemi differenti, ma sempre con questa tematica del furto a far da sottofondo: come e cosa pubblicare di artisti morti, che non han voluto o potuto pubblicare in vita; come gestire, ad esempio, i loro epistolari privati, soprattutto se vi si parla di persone ancora viventi; come appropriarsi legittimamente delle idee di altri, trasformandole in qualcosa di nuovo, facendo splendere il sacrosanto principio della libera circolazione senza per questo macchiarsi di plagio, etc. E se nei casi estremi, ad esempio appunto il plagio conclamato, le regole esistono - ma internet confonde le acque e richiede nuove e diverse frontiere -, ed è relativamente facile applicarle, esiste una nebulosa intermedia, che è l’Arte stessa, in cui sempre chi crea o si occupa di creazione è confrontato con un’inevitabile dose di furto e violenza, e deve, di volta in volta, interrogarsi, capire, decidere, magari sbagliando, o comunque difettosamente...)

Ora, cosa succede con i documentari, o con il genere atipico, ma oggi sempre più tipico, alla moda, delle docu-finzioni? (Parlo di cinema, adesso, ma anche nella letteratura la storia che segue la realtà quasi come un documentario si impone sempre di più: Gomorra...) Qui, ovviamente, il salvacondotto di Ogni somiglianza, etc. non vale più. E la questione della manipolazione si fa particolarmente delicata. In realtà, prima che essere etico - me ne rendo conto adesso che scrivo - il problema finisce per essere estetico.

Non mi è piaciuto l’ultimo documentario di Raymond Depardon, 2008, sul mondo contadino delle Cévennes (La vie moderne), nonostante alcune “bellissime” immagini: i contadini, con quel loro naturel désarmant, sono portati a recitare, come se non recitassero, ma in realtà recitano, e si vede, e suona falso, artificiale, sornionamente ipnotizzatore: per il pubblico che crede di vedere un documentario sul mondo contadino e assorbe, più o meno inconsapevolmente, un’inquietante apologia della terra, estetizzante à souhait.

Mi è piaciuto a metà il pur interessante film semi-documentario di Namir Abdel Messeh, 2012 (La vierge, les coptes et moi, qui è uscito di recente, non so in Italia...): perché appunto, a metà fra documentario autobiografico e finzione, i non attori sono spinti a recitare, a volte giustamente, e con una toccante autoironia, a volte meno, lasciando intravedere qualcosa di falso e pericolosamente manipolatore: e non per questioni "morali", ma perché, artisticamente, questo produce una caduta del livello poetico (anche se, ed è assai efficace, ciò induce a riflettere sulla forza in sé delle immagini, delle “manipolazioni”, delle mises en scène, in sé appunto capaci di operare trasformazioni, “miracoli”)...

Così, forse, se queste domande mi sono riemerse con L’estate di Giacomo, che pur mi è tanto piaciuto, è proprio perché qui e là ho inteso qualche cigolìo di troppo, come quando i vecchi 33 giri scricchiolano sotto la puntina. Alla fine, per esempio, la fidanzata "finale" di Giacomo, quella della realtà, legge una sua lettera personale d’amore, con voce sofferta, a tratti è bello, ma a tratti c’è come un malessere, qualcosa stona, il passaggio dalla realtà alla trasfigurazione forse non è stato abbastanza oliato, non è documentario, non è finzione, e l’ibrido per un attimo zoppica: è illeggittimo chiedere cosa sapesse la ragazza che legge? come sia stata implicata in questa diffusione della sua intimità? com’è stata preparata a recitare se stessa?

Giuseppe A. Samonà

p.s. [di V. P, che riporto, sempre con il suo consenso)] Mi hai fatto venire in mente un pezzetto di una mia poesia giovanile, dove forse si annidava già il mio cinismo. Eccola (a memoria) “ ...la ricerca / dell’ago nel pagliaio / non essendo / l’esercizio preferito / della Storia”...... A mia volta, questi versi mi han fatto venire in mente una folgorante formula di Ernesto De Martino, concernente proprio la “Storia”, o meglio, la “parola” Storia, in cui il geniale studioso distingue un triplice senso: “di res gestae, di historia rerum gestarum, e di res gerendae”. Ora, la "Storia" cui V. P. si riferisce è, anzi sono, con tutta evidenza, le res gestae, cioè quella che realmente gli uomini fanno, ed è effettivamente spietata, cinica (ma non solo...); da non confondere appunto con la historia rerum gestarum, con la memoria e una diversa coscienza al lavoro, cui sempre ci si riferisce come "Storia", ma che a differenza della prima si occupa volentieri di scovare, confrontare, interpretare aghi nel pagliaio. Il che, titillandomi, mi ha fatto poi pensare che il nostro scambio, forse, si fonda su un equivoco, un’ambiguità. Voglio dire: son ben cosciente che etica e estetica non devono necessariamente coincidere, e che si dà il caso di artisti eccellentissimi, non solo “ladri” senza regole, ma persino uomini “miserabili”... Ma nel dialogo con se stessi, ognuno con la propria storia e sensibilità, quando si crea o si mira l’opera di un altro, non è forse legittimo interrogarsi? Grazie, comunque, all’amico Vanni, per avermi dato modo di esprimere questo disagio, questo tarlo. Anche se risposta, risposte definitive non ce ne sono.


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