Altritaliani
“Corpo nostro” e musica. Le ricerche e sperimentazioni di Dario Buccino.

Intervista a Dario Buccino dopo la sua performance dal vivo a Parigi

martedì 25 settembre 2012 di Flora Botta

Harmonie Municipale, Saint-Denis (Parigi). Dario Buccino ci partecipa del suo corpo musicato in lamiera. Raccontandoci d’indicibili antri d’anima. Dei suoi stridori. Di cascate e tempeste. Martellandoci di raffiche. Clamore del buio. Urla spettrali. Cruente. Notturne. Un soffiare del vento. Poi uno squarcio di nubi. È la musica a farsi luce. Ritornare penombra. Variando sfumando mordendo il vuoto. La sua anima/corpo nello spazio s’espande, propagandosi nei dentro di chi è in quell’istante, presente.. Perfino il verbo è “partecipante” (cfr. etimologia di participio presente: forma partecipante del verbo e del nome). Passando dai suoni al logos. Senza mai dimenticare il suo sistema HN. Perfino nel parlare. Nell’esserci Hic et Nunc. E noi ci siamo stati. Stando. Stanti. ENTI. E siamo ancora qui.

Diventiamo allora suoni di metallo : trapasso di quel vibrare.

La Maîtrise du Désordre
«Le rite est le mode privilégie de la négociation nécessaire
avec les figures du désordre
».
Exposition ‘Les Maîtres du Désordre’,
Musée du Quai Branly, Paris  [1]

Flora: Quello che mi ha colpito di più nella tua performance è il modo in cui utilizzi il corpo, o meglio, il rapporto fra il tuo corpo e la lamiera. «Il corpo è l’anima di una persona» hai affermato nell’intervista alla Radiotelevisione Svizzera (2009).  [2]
Mi puoi parlare di questo corpo ?

Dario: Il lavoro sul corpo, è un lavoro ricchissimo, disciplinatissimo, liberissimo, tanto complicato quanto semplice. A me serve per arrivare a quella forza che mi permette di tirar fuori un suono che, per usare una espressione sfacciatamente banale, “venga da dentro”. Sono convintissimo che qualunque sistema musicale del passato sia nato dallo studio della spontaneità musicale che innerva il corpo. Quindi anche le regole più apparentemente formali, le più tecniche, nascono dagli slanci del corpo, dal modo in cui il corpo ascolta, dal modo in cui il corpo reagisce e si immedesima in quello che accade a livello musicale-sonoro, non solo a livello fisico-performativo. Da qualche parte dobbiamo pure andare a cercare le sorgenti della musicalità, della bellezza, della commozione, dell’interesse musicale. Dappertutto si può cercare. A me interessa cercarle nel corpo perché quando sento una musica dentro cui si percepisce una corporalità liberata, organizzata, commovente, quella musica mi piace da impazzire.

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Dario Buccino performance ©Alexander Lebier

F.: Tu hai scritto a proposito del sistema HN (2007) «Lo scopo compulsivo delle mie pratiche creative, scopo in (minima) parte inconfessato anche a me stesso, è quello utopico e regressivo di potermi guadagnare accesso libero e impunito a stati dionisiaci di eccitazione e di trance ipnotica».  [3]
Puoi spiegarmi qual è il rapporto tra dionisiaco e apollineo nella tua pratica musico-performativa ?

D.: Se io mi scateno fisicamente, emotivamente, senza un argine, senza una disciplina, probabilmente quello che otterrò è uno svuotamento. Prezioso certo, ma è solo metà della questione. Se nello scatenamento io sono contenuto dentro una struttura, come direbbe Grotowski, succede qualcos’altro. A me non interessa fare musica selvaggia. È noiosa da sentire, piace solo a chi la fa. Si crea una comunione solo nel momento in cui c’è equilibrio tra estremi. E non parlo solo di scatenamento e struttura, di scatenamento e catena, di scatena e catena. Gli estremi vanno toccati tutti. Una musica non può essere solo energica o solo delicata. Lo può essere benissimo, certo, ma se sceglie di essere solo delicata, questa delicatezza deve allargare il più possibile i suoi confini e percorrere tutti i suoi estremi. L’essere umano non può fare a meno né dell’apollineo né del dionisiaco. Inoltre, l’arte sembra aver raggiunto i risultati più sconvolgenti quando riusciva ad unire le due cose. Torniamo a leggerci Nietzsche e La nascita della tragedia, che scrive delle cose così belle che... non so se ha detto tutto, ma ha detto veramente tanto. Ha detto cose stupende.
Se parliamo del dionisiaco e dell’apollineo a livello esistenziale, penso che non sia possibile vivere solo con l’uno o solo con l’altro. Quando vedo i miei amici che si sballano di alcool, s’intorpidiscono di marijuana, io non ho tanto l’impressione che stiano vivendo una dimensione dionisiaca. Io proprio vedo il contrario. A me sembra che quelle dimensioni, soprattutto se vissute regolarmente, siano una specie di feticcio del dionisiaco, una sua versione ridotta. Un modo di ritagliarsi una finestrella e affacciarsi solo su quella, escludendo artificialmente metà del gioco. A questo punto direi che dobbiamo anche eliminarla, la dicotomia apollineo/dionisiaco. È talmente difficile stare bene, star bene in maniera primordiale, che io mi permetto di chiedere molto alla musica, le chiedo di dare il suo contributo per farmi stare bene. E non parlo di un benessere che passi per forza attraverso l’allegria. Parlo anche di un benessere che passi attraverso una catarsi molto dolorosa. Comunque chiedo alla musica questa responsabilità.

F.: Veniamo in modo più diretto al sistema HN: atto rituale, recupero della funzione ipnotica della musica. Eccitazione e Stordimento tanto nel performer quanto nello spettatore. In che modo questo rituale viene ri-creato ?

D.: HN sta per hic et nunc cioè qui e ora. Io per primo ho fatto l’errore di definire corpocentrico il mio sistema. Il centro del mio sistema è l’esperienza. È il fatto di fare qualcosa percependo se stessi nel momento in cui la sia fa, nell’atto di percepire. Il corpo è un veicolo esattamente come lo è la lamiera e come lo è - non ultima - la forma temporale dei suoni che organizzo, anche perché sono ipersensibile fisicamente e voglio che questa ipersensibilità sia un mezzo per arrivare alla sensibilità di tutti, non per compiacermi della mia. Quindi il sistema HN è il lavoro di una vita, il modo in cui lavoro sulla fisicità, il modo in cui i suoni che organizzo diventano il frutto dell’organizzazione di tutte le componenti interne di un’azione fisica. Alcuni di questi fenomeni interni sono organizzati in partitura, alcuni li lavoro a livello pratico, su me stesso o con l’interprete. Il flusso di tutte queste cose genera un risultato sonoro che vorrei diventasse una grotta dentro cui l’ascoltatore possa cadere, esattamente come ci cado io dentro mentre suono.
L’esigenza di abbandono dionisiaco non è stata la prima che ho cercato di soddisfare attraverso la musica. Nelle prime cose scritte attraverso il sistema HN, che sono i primi lavori di cui ho cominciato ad essere soddisfatto pienamente artisticamente, cercavo qualcos’altro, che a sua volta mi ha portato a questa ricerca di eccitazione e stordimento, che a sua volta mi porterà a qualcos’altro che ho un po’ l’impressione che cerchi di ricollegarsi a tutto: dallo stato di equilibrio meditativo, allo stato di abbandono dionisiaco, allo stato della messa in vibrazione della mia sensibilità affettiva, allo stato di pienezza fisica... È un momento pericoloso perché si rischia di essere banalmente enciclopedici e "completistici". Quindi ora bisogna cominciare a pensare in grande. E quindi in piccolissimo. Parleranno le cose.

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Dario Buccino performance ©Alexander Lebier

F.: Nel momento in cui ho assistito alla tua performance mi è sembrato di accedere a delle zone profonde dell’essere che riuscivi a rendere quasi “palpabili”. Non solo ascoltavo e sentivo, ma vedevo. Questo coinvolgimento della vista non m’impediva però di vivere quei suoni, di vivere nell’esperienza. Ed ecco che proprio in quel momento ho avuto l’impressione di esplorare quelle zone profonde delle quali parlo. A me è sembrato perfino di toccare una profondità stridente di dolore, di sofferenza.

D.: La profondità contiene tutto, la gioia, la sofferenza, lo slancio attivo e l’abbandono passivo, e cerco di far sì che queste forze ci siano sempre tutte. Il dolore, quando suono, c’è ed è anche un dolore autentico, perché quando eseguo le parti più energiche...sono talmente faticose che mi devastano; le parti più rilassanti, poi, mi ci abbandono dentro e mi rigenerano. Quello che hai detto è talmente bello, il modo in cui hai recepito la cosa..., è in maniera talmente fedele la descrizione di quello che cerco di fare! Sostanzialmente io non cerco semplicemente di esprimere me stesso ma di esprimere chi mi ascolta; non di realizzare, però, quello che chi ascolta vorrebbe sentirsi dire: esprimere l’altro attraverso l’esprimermi, toccare quella parte di me che può entrare in consonanza con gli altri. Quel rapporto tra qualcosa che è fuori di te e ciò che tu sei in quel momento, ciò che tu vuoi essere anche col tuo io, col tuo ego. C’è molto il mito che l’artista deve superare il proprio ego. L’artista deve superarlo, certo, ma per superarlo bisogna raggiungerlo, inglobarlo, immergerlo. Ci deve essere anche quello, anche il capriccio di “io voglio questo”. Se è immerso in un tutto più significativo del solo “io voglio questo”, allora è potentissimo. Quello che faccio è proprio quello che hai sentito. Ovviamente non posso dire di riuscirci sempre. In questo caso sembrerebbe di sì!

F.: Parlami dell’importanza della vista nel tuo modo di fare musica.

D.: In queste composizioni per lamiera io non distinguo tra ciò che si vede e ciò che si sente. Per me è un tutt’uno il cui centro focale, però, è nel suono. Intendo dire che se questa idea, che produce quest’azione visibile, non producesse quel suono, sarebbe poca cosa. Quel suono poi, una volta collegato all’immagine, raggiunge un livello di umanità ancora più ricco e completo, quindi non vedo perché non dovrei rinunciare alla vista. Di fatto, la performance che hai sentito è un estratto di una composizione più lunga che eseguo al buio quasi totale, per cui tu non vedi ma intravedi e questo, paradossalmente, rende la componente visiva ancora più forte.

F.: Durante la performance ci sono stati momenti in cui mi sembrava di assistere ad una lotta, altri in cui ho avuto l’impressione che facessi l’amore con la lamiera e per via del tuo viso riflesso, a tratti, pareva che una parte del tuo corpo si staccasse dal metallo..

D.: Io non lo vivo né come una lotta né come un fare l’amore, perché non percepisco la lamiera come qualcosa fuori da me. In un certo senso, ovviamente, è fuori da me ma è proprio perché è fuori da me che mi permette di non percepire più nulla al di fuori di me. Così come un paio di scarpe comode mi permette di gustare pienamente il mio passo, non le scarpe in sé! La lamiera è quel fuori da me che mi permette di entrare in contatto più energico, più sottile e pieno di abbandono con me stesso. La questione del riflesso per me è assolutamente secondaria. Certo sono contento che ci sia questo riflesso, non è una cosa che ho cercato ma io tengo sempre molto in conto ciò che si vede. Non tanto che lo perseguo, ne tengo conto. So che quel riflesso c’è e cerco di farne buon uso. Se non ci fosse, però, sarebbe la stessa cosa.

F.: Non pensi che la necessità di servirti del tuo corpo sia dettata dal fatto che la nostra società dia troppa importanza alla parte intellettuale e razionale dell’individuo?

D.: Francamente non ho proprio l’impressione che la nostra società incoraggi a vivere intensamente la parte razionale e intellettuale di noi stessi. Penso, al contrario, che la nostra società sia ben poco razionale e ben poco intellettuale, e anche poco fisica. Non è molto a misura di individuo. Se fosse una buona società dovrebbe permettere all’individuo di trovare se stesso. Ma non è responsabilità della società che ognuno trovi se stesso, è responsabilità dell’individuo. La società lo inibisce quasi sistematicamente perché se tutti pensassero a trovare se stessi la società in quanto tale collasserebbe. Allo stesso tempo, la società lo contrasta ma ha assolutamente bisogno che l’individuo superi l’inibizione sociale e cerchi se stesso.. Non so dire quanto sia repressiva questa società. Forse come diceva Foucault è repressiva, proprio attraverso il suo apparente non reprimere nulla. Di sicuro non mi sembra che siamo invitati a essere troppo razionali. Probabilmente siamo invitati a vivere più di fantasia che di fatti, ad accontentarci di desiderare quello che vorremmo essere senza perseguirlo veramente. Questo di sicuro sì, ma non mi sembra molto razionale, anzi…

F.: Noi stiamo parlando della tua performance ma credo che difficilmente la parola sia in grado di sostituire l’esperienza, quell’hic et nunc che tu persegui nell’atto performativo-musicale.. « La musique […] est trop en deçà du monde et du désignable pour figurer autre chose que des épures de l’Etre, son flux et son reflux, sa croissance, ses éclatements, ses tourbillons» (Maurice MERLEAU-PONTY).  [4]

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Dario Buccino performance ©Alexander Lebier

D.: La parola non la può assolutamente sostituire l’esperienza, ma è un sostegno importantissimo per l’esperienza. Io ho una grande fiducia nella parola, basta usarla per il suo scopo. La frase che hai letto di Merleau-Ponty è meravigliosamente detta con parole e con parole ti dice quanto sia importante per la musica andare al di là delle parole.
La musica deve essere come il respiro. Deve essere una cosa viva di per sé, non voglio che rappresenti la vita o che la evochi o che la dipinga e neanche, forse, che si preoccupi ossessivamente di suscitarla negli altri... Dev’essere, invece, qualcosa che sia talmente vivo da essere contagioso. Forse il musicista deve occuparsi, attraverso la musica che sta facendo, di suscitare la vita soprattutto in sé stesso. Comunque sia, la musica deve vivere al punto tale da contagiare vita. E questo vale tanto per il respiro quanto per la contrazione muscolare o il rilassamento muscolare o per lo sguardo del performer o per la vibrazione acustica o per qualsiasi vibrazione del corpo o prodotta fuori dal corpo o ascoltata dal corpo...

F.: A me interessa quello che hai detto, che fai, che cerchi di fare in quanto rituale da ri-creare. In questo vedo anche un ricollegarsi a delle pratiche che nella società contemporanee non esistono o forse possono essere rivissute, riprodotte attraverso l’arte o certe forme d’arte. Mi fa pensare ad alcuni popoli non occidentali, che sono ancora legati alla natura, alle forze della natura, ai ritmi della natura.

D.: La parola "rituale" è pericolosa perché come si sa può essere anche usata per descrivere il contrario di un dono rituale. Cioè il famoso rituale vuoto. I «rituale» cito Grotowsky «dev’essere una cosa estremamente concreta». Qualcosa che concretamente sia in grado di trasformare. Tu dici che nella società contemporanea occidentale non ci siano rituali dotati di questa forza. Forse sì forse no... Ci sono un sacco di simulacri dei rituali, su questo non c’è dubbio. Però la nostra società, per esempio, dà così tanta importanza all’artista che l’artista ricrea poi la possibilità del vero incontro rituale con le forze segrete della vita. Certo, ci sono purtroppo degli effetti collaterali. Viene data così tanta importanza all’artista che quest’ultimo diventa una merce di consumo ordinario. Ci sono un sacco di artisti e la maggior parte di questi non crea minimamente un vero rituale. Però ci sono artisti che riescono a farlo.
Quando uno poi riesce a vivere con pienezza, che ci sia arrivato grazie alla fusione con i ritmi della natura, o perché vive nelle foreste, o perché pratica lo zen, o perché lavora sulla musica come compositore o come ascoltatore o come performer, o attraverso l’amore o attraverso la preghiera, o attraverso gli stimoli e l’eccitazione della vita urbana, se ci arriva ci arriva. Perché perdere tempo a dire: "Ahh, se solo fossi vissuto in quell’altra epoca, o in quell’altra cultura...!". Non credo che sia così scontato affermare che l’essere umano lotta contro la scontentezza, il senso di vuoto in qualunque epoca, in qualunque cultura. Ai pochi a cui tocca riuscirci per se stessi, tocca anche aiutare gli altri.
È vero che la pienezza non si raggiunge mai, e probabilmente chi, nella vita, si sente meno privo di momenti di pienezza, non è necessariamente chi è più dotato di pienezza. Magari è proprio chi è più perseguitato dal vuoto che finisce col perseguire con ancora più caparbietà la pienezza, perché ha bisogno di “fare”, perché deve “fare”...
Penso che quando non si raggiunge la pienezza, nei momenti in cui la si persegue senza però sentirla, sia molto facile desiderare essere altrove, essere qualcos’altro. E può anche essere vero che alle volte bisogna cambiare luogo e circostanze in cui si vive, perché si è in una situazione che rende impossibile trovarsi, ma si tratta sempre di una ricerca coraggiosa e difficile da compiere dentro di sé.
Forse dobbiamo solo accorgerci che la nostra scontentezza è già la nostra principale contentezza, che il mio vuoto è la mia pienezza, perché il mio vuoto è il veicolo attraverso cui io lavoro su me stesso, è il sensore che mi segnala la presenza di una falla su cui poi lavoro per giungere alla felicità.

F.: Quindi tu per rituale intendi esserci qui e ora ed entrare in comunicazione con il pubblico.

D.: Io direi piuttosto entrare in “comunione” con il pubblico. Uso questa parola che può dare l’idea di quanto comporre, suonare, ascoltare siano qualcosa di diverso dalla "comunicazione". Di più, molto di più che comunicazione... Essere con sé stessi e con gli altri. Essere con le singole persone che sono lì con te in quel momento. Ma, ancora, è molto più di questo….

Intervista a cura di Flora Botta

LINKS UTILI:

http://www.dariobuccino.com/
http://en.wikipedia.org/wiki/Dario_Buccino

[4In L’œil et l’Esprit, Editions Gallimard, 1964.


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