Altritaliani
Impressioni sulla Bella Addormentata di Marco Bellocchio.

La bella che vuole dormire.

venerdì 14 settembre 2012 di Marina Mancini

Eluana Englaro è morta, ma non è morto il dibattito che suscito’ la sua vicenda. Questa, nello spirito dell’opera di Marco Bellocchio, non è semplicemente una recensione del film "Bella Addormentata", è una riflessione sul rapporto difficile che si ha con la vita e la morte. In coda all’articolo a beneficio soprattutto di chi è all’estero il trailer del film.

Emozione questo sento uscendo dal cinema dopo aver visto la Bella Addormentata di Marco Bellocchio. Emozioni in questa serata settembrina che, “dio ce la mandi buona” , è arrivata a rinfrescare la pelle e la gente.
Lascio la bimba a giocare con la nonna Candida, che mi soccorre quando gli impegni mi reclamano e mi prenoto questa serata a consacrazione del bello che mi commuove e che mi spiega quello che sono e per cosa e in quale direzione si muovono le mie percezioni.

Le immagini del film appena visto si confondono con i ricordi, le mie memorie, a cui non serbo rancore, perchè non sono più dolore ma solamente nostalgia.
Il film intreccia tante storie, altre esistenze, che si narrano in un vortice di suoni, immagini, sensazioni.

La vita e la morte, l’amore che trattiene o che vuole lasciare andare via ma, soprattutto, l’amore che trasforma, che ti cambia inaspettatamente, impertinente e dispettosa, le carte in tavola e che d’improvviso, ti permette di vedere che dietro una presa violenta c’è in realtà un abbraccio L’ultimo abbraccio addolorato e struggente ma mai disperato.
Emozione e lacrime e immagini che si intrecciano alla vita.

La Rossa, meravigliosa Maya Sansa, vuole morire, perché il vuoto che le rimbomba dentro è troppo assordante, sfacciata lei sfida la vita e la vita le risponde attraverso gli occhi e la voce del medico. E come nella favola il bacio la risveglia, la costringe a sentire quello che in lei di umano e di affettivo si era addormentato ma che ancora resiste ed esiste ( a dispetto di lei) e che la reclama prepotente all’esistenza.
Si lotta per vivere ma la storia di Eluana, ci ha rivelato, che contro i ben pensanti e la sacra famiglia ipocrita dell’ora pro nobis si deve lottare anche per morire, per dare un significato dignitoso all’esistenza di chi è stato, facendolo scivolare nella nostalgia che, appunto, non sarà più dolore, ma coperta calda che ti conforta e ti permette di ricreare e di ripensare all’affetto provato, alle emozioni vissute.

Bellocchio mi incanta soprattutto con le sue immagini, che da sole descrivono profondamente l’essere e il sentire degli uomini. L’immagine della ragazza bloccata in quella posa statica, fissata in un esistenza che non è più, da sola racconta di una violenza che abbruttisce la vita nonostante i belletti e che rovescia il senso e la meraviglia dell’essere umano in una maschera grottesca per una simulazione oscena della vitalità. Non c’è possibilità di potersi pulire le mani dopo un simile delitto. Lasciare andare in un abbraccio chi della vita non fa più parte e che, come la moglie del senatore, non vuole farne più parte, perché una malattia a cui non c’è più cura ti trascina via, è l’ultima prova che il coraggio e l’amore ci chiamano a dare.

Il film mi riporta attraverso un viaggio della memoria in un tempo gratificante e caro in cui tutto ancora c’era ma in cui tutto già, lo avvertivo, cominciava a sfaldarsi, come quei brutti ruderi lasciati alla violenza del vento che cedono brandelli di bellezza e di rabbia ogni giorno.
La storia e il ricordo si sovrappongono e diventano una cosa sola nella visione di quelle poche decine di persone che gridano fuori da un ospedale:” svegliati ti vogliono uccidere!”, e allora, come oggi , quelle parole mi suonavano vuote, finte, violente e ridicole.

E il ricordo si sposta alla voce che mi annuncia della morte della ragazza e ai mille pensieri che si sono agitati in me, scivolati tra le pretese di possibilità e le concretezze della realtà che spietata, avvolte, ma sinceramente umana, non permette distrazioni o fraintendimenti, quello che non c’è più, non c’è! E la lotta trova la sua pace nel “ E’giusto così, vola via, adesso basta! E quel “Adesso basta, va bene così, adesso riposati”, per giorni l’ho sentito, senza ascoltarlo, regalato da labbra generose e preoccupate solo qualche mese dopo.

Il film di Bellocchio è tutto questo e ancora di più, tutte le sfumature che miniano e restituiscono struttura e contenuto all’esistenza, tutte le sfaccettature che colorano le percezioni umane.
L’odio inconfessabile, disonesto che si confonde e si nasconde dietro l’amore, che cerca una scusa e la trova e la perpetua, senza vergogna, per annullare i vivi celebrando i morti. Che fa festa ai figli morti per ingannare e uccidere i figli vivi.

In quante miserie vive e si muove l’animo umano.
Quelli che sono chiamati a curare non curano perché annoiati dai malati, si propongono scommesse, qualche pillola magica, per fare bella figura e darsi un contegno da medico, “sbilenco e puzzolente come pinocchio” direbbe la mia bimba, un tentativo almeno di apparire se l’essere fa cilecca.

I politici offrono una spettacolo sconcio, tutti in fila per tre alla corte di un sultano indecente e spudorato, teatrino grottesco alla mercé di un ipocrita e bugiardo venditore di tappeti che cerca di rifilarti la vita in un corpo martoriato dalla morte. Tutti di corsa per esprimere un voto che è solo capo chino verso il padrone e signore che ti toglie dalla miseria o dalla galera. Tutte meschinità di gente addormentata nelle acque calde della mala coscienza. Tra questi morti viventi anaffettivi, disinteressati all’altro che ti cerca, cittadino, figlio o paziente, si muove silenziosa, senza il baccano di sottofondo che accompagna come una cattiva orchestra, senza clamori di schiamazzi, orazioni gridate, canti vuoti, accuse illegittime, una parte di umanità che al contrario si preoccupa, cura e si prende cura, accoglie e si piega sulle proprie riflessioni interne e non si lascia confondere. Questo fa la differenza tra la vita e la morte, tra l’affetto, la cura e le chiacchiere che puzzano di ottocentesco vecchiume.
Questo salva la Rossa, Maria, Roberto.

Nel film un medico e un senatore rifiutano l’inaccettabile e non abdicano alla loro identità e dignità, non cedono alla meschinità. E, poi, ci sono i due ragazzi che si regalano un po’ di amore in uno scenario confuso e doloroso. Quell’amore che ti confonde le acque, appunto e ti trasforma la realtà, sotto il naso si fa beffe della storia che fino a quel momento si è voluta leggere solo in un modo e ti rappacifica con il passato per ricreare un presente sgombro da macerie mal masticate e mai digerite.

Nella vita occorre, come un dovere, celebrare quegli uomini che hanno fatto, in un silenzio dignitoso, il loro lavoro onesto e profondamente umano e proprio per questo assordante per la differenza clamorosa con il muoversi vile e assopito della maggioranza.
E’indispensabile, come un dovere della coscienza, ricordare i medici che hanno avuto il coraggio di liberare i morti per dare pace, anche, ai vivi, accentando le sgraziate, ingenerose e violente conseguenze, di una società qualche volta cieca e meschina. Come fu nel caso Englaro e Welby.

Ma se si estende lo spazio in cui la bellezza e l’identità non si confondono e prendono corpo e voce attraverso la ricerca, il lavoro, il coraggio, mi viene da pensare, felice, che in realtà sono molte le persone a cui la forza e l’affetto non difettano e su questi cardini si sono sempre mossi. Tanti nomi, tante storie a cui va sicuramente il merito di poter pensare all’essere umano come a qualcosa di straordinario.
Ognuno ha la sua lista, la mia è lunga, per fortuna. Parte da uno psichiatra romano genitore di una rivoluzionaria teoria che parla di cura e di possibilità, Massimo Fagioli e arriva a Gino Strada, per esempio.
Ma la lista, come nel libro “Il sale della vita” di Françoise Héritier si può felicemente e meravigliosamente allungare, ciascuno portando un suo, anche piccolo, ma rumoroso contributo.

Marina Mancini

IL TRAILER DEL FILM


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