Altritaliani
Le primarie delle idee dell’UDC. L’occasione per riflettere.

Soltanto Casini

martedì 11 settembre 2012 di Nicola Guarino

Proprio nel momento che per Casini sembrava pronta la quadratura del cerchio, con l’avvicinamento al PD di Bersani e il certo accordo con i moderati (o pseudo tali), e finanche l’avvicinamento all’estrema sinistra di Vendola, colpo di scena. Tutto crolla e restano solo casini.

Un Casini tonico sul palco. Sembra pronto a mangiarsi in un sol boccone le truppe allo sbando che furono del cavaliere. Si iniziava ad avere il dubbio che si potesse fare (ma io dubitavo molto e dubito ancora), quant’ecco che Montezemolo ed Italia Futura (la sua associazione n.d.r.) gelano tutti, danno del conservatore all’ex amico di Forlani e chiudono la porta ad una quasi certa alleanza, a stretto giro lo swinger Rutelli, prende le distanze dall’ex alleato annunciando che Tabacci (della giunta Pisapia a Milano) sarà il loro candidato per le primarie del centrosinistra. A questo punto per le primarie siamo a Bersani, Vendola, Renzi e Tabacci.

Una comoda vittoria per Casini rischia di diventare una débacle con effetti importanti. Intanto lo spiazzamento dell’area cattolica del PD, che mentre Vendola sognava di sposare il suo compagno, vede svanire il matrimonio con l’UDC. Spiazzato Futuro e Libertà che appena il giorno prima che parlasse il leader centrista, vedeva Fini tribuno della riscossa dei moderati al cospetto di un PdL, in evidente ambascia, con Berlusconi che si ricandida o meno un giorno si e un altro no a seconda delle oscillazioni dei suoi sondaggi.

Questa è la politica del terzo millennio. Dove si continua a non guardare alla realtà del paese e a pensare solo a tattiche e strategie per arrivare al governo (per poi come governare?). A questo punto tutto s’ingarbuglia e si complica enormemente. Il PD sembrava chiarito su un punto; meglio Casini che Di Pietro, restando l’impresa ardua di realizzare un governo che avesse un programma di riforme minimo ma credibile, dovendo mettere insieme il SEL di Vendola con gli UDC.

E già questo era francamente insufficiente. Il dopo Monti, se deve esserci un dopo Monti, non puo’ vivere di rendita, limitandosi all’ordinaria amministrazione e qualche limatura a destra e a sinistra per accontentare i diversi partner di governo.

Anche se la crisi persiste, si annusa nell’aria che ci sono segni di una ripresa del paese, ripresa che non è ancora nei numeri, anche se l’Europa grazia a Draghi sempra aver preso la strada giusta e il lavoro fatto dal Mario primo ministro, con mille contraddizioni e tra tante dificoltà, sembra iniziare ad arrestare l’emoraggia economica che ha, per mesi, dilaniato il paese. Un arrestarsi che potrebbe essere presagio di una ripresa. Ma occorre che dopo l’elezioni del 2013 (con un’altra legge elettorale), si proceda nelle scelte coraggiose di riforma e di modernizzazione anche culturale del paese. E i possibili veti incociati tra Casini e Vendola non lasciano presagire nulla di buono. L’uscita di Montezemolo ( ahimé il nuovo che avanza), come il segnale di Rutelli, possono azzerare i progressi tentati da Bersani per costruire un’alleanza credibile.

A questo punto la Grosse Koalition, con alla testa Monti, sembra ipotesi sempre più credibile per quanto indigesta, specie pensando ad una classe politica incapace di proporsi alla guida di una cittadinanza sempre più sgomenta e rassegnata, che aveva sperato con la fine di Berlusconi, in un ritorno della politica vera. Una politica che non guarda ai sondaggi, ma alle nostre città, al momento terribile delle nostre imprese che soffrono da decenni dell’assenza di politiche industriali, ad una società profondamente cambiata, divenuta multietnica e dove ancora ci sono ingiustificate barriere per chi è venuto qui, magari da lontano, a lavorare e a pagare le tasse, salvando lo sviluppo demografico di un paese sempre più vecchio e triste.

In un’Italia dove caste e privileggi, impediscono ogni applicazione corretta della meritocrazia, privileggi e caste, che creano diseguaglianze, povertà, portando ad un disamore verso la stessa patria. Un paese che è al primato mondiale per corruzione ed evasione fiscale. Un paese dove ogni giorno si consumano deturpanti speculazioni edilizie, dove sono innumerevoli le perdite di interi pezzi del patrimonio culturale, dove in molte scuole se le madri e i padri non fornissero carta, spesso anche igienica, penne e a volte finanche opere di manutenzione bisognerebbe rinunciare al diritto all’istruzione. Un paese dove il 30% dei giovani non lavora e non ha nessuna prospettiva, mentre i loro genitori rischiano di diventare disoccupati. Tutta una storia che sappiamo e che gli unici che sembrano non sapere o non capire sono proprio quelli (una buona parte) della classe politica.

In realtà, tuttavia, quanto è accaduto ieri con Casini, potrebbe essere un’altra opportunità, che potrebbe avere effetto anche sulle primarie del PD, con un Renzi che continua a scavare nel muro di ostracismo che la nomenclatura del PD sembra erigere. Perché un opportunità? Perché se i protagonisti di questo sceneggiato televisivo che è diventata la politica nella terra che fu di Togliatti, Nenni, De Gasperi, per non dire di Croce, Gramsci, ecc., si decidessero a proporre idee forti, nuove, rispondenti ad un paese che è cosi cambiato negli ultimi quaranta anni, si potrebbe far rifiorire quella agonizzante speranza degli italiani.

Il centro sinistra deve dare contenuti all’idea di progresso, chiedendosi, quale progresso?

La realtà è che con tutta la simpatia, Casini è l’esponente forse più sincero e convincente del conservatorismo. Pur riconoscendogli un senso laico della politica, resta saldamente ancorato ai dettami della chiesa, alle sue visioni (che non certo quelle che furono di Martini o che sono di Tettamanzi). Sui temi etici la sua posizione è chiara e non puo’ offrire sostanziali cambiamenti. Binetti, Buttiglione & C. non possono rinunciare su quei temi e non possono perché dovrebbero rinunciare alla loro stessa identità culturale che fa dell’UDC un partito conservatore. Che non puo’ mescolarsi con il liberismo aggressivo, del PDL e di Berlusconi in primis, e con i mille conflitti interni a quella realtà. L’UDC riconosce come al centro della sua azione politica sia la famiglia, nella più tradizionale accezione cosi come auspicato del resto nelle inquiete stanze vaticane, e che quindi non puo’ mediare sui suoi valori. Ed ha ragione l’UDC. I valori sono principi fondanti di un’idea di società e su quelli non è possibile alcuna mediazione.

Il PD nelle sue contraddizioni interne figlie dell’incontro “cattocomunista” che costituisce il peccato originale della sua genesi, deve arrivare ad una sintesi, che certamente non potrà non essere traumatica.

Ad esempio, sui temi etici ma anche sul modello produttivo, sul rapporto ambiente e lavoro (Ilva di Taranto n’è un drammatico esempio), sull’idea di democrazia e partecipazione. Temi di ampio respiro ma che richiedono risposte puntuali ed un minimo di coerenza ideologica.

Resto convinto che l’ideologia, nella sua accezione originale, è un bene oserei dire che essa stessa è un valore della politica, essenziale per costruire il senso di appartenenza dei cittadini. Tornando alla banalità del male della nostra attuale politica, va detto che è chiaro che non è facile nemmeno mettersi d’accordo con Di Pietro che sembra costantemente alla ricerca della rissa, spinto dal bisogno di nascondere dietro parole d’ordine populiste, la carenza di visione complessiva della società. Figuriamoci con la meteora Grillo, che sembra ormai quegli amplificatori delle feste di piazza che abbandonati a se stessi, non trasmettono più musica, ma solo stridenti ed incontrollati suoni.

Certo con quelli che hanno chiesto asilo a Grillo e al suo socio, si puo’ e si deve parlare, ma soprattutto si puo’ e si deve ascoltarli, perché probabilmente hanno molte cose vere da dire e prima che cadano soto la dissillusione inevitabile del comico, bisognerebbe farne dei veri protagonisti della nostra storia attuale, magari offrendo loro e ai tanti altri che al di fuori di Grillo vivono ed operano, la possibilità di diventare il ricambio di quella rottamazione politica auspicata dal sindaco fiorentino.

Il vero problema è, per esempio, che Di Pietro non vuole rinunciare al suo protagonismo, diversamente da Vendola che si rende conto che per governare occorre mediare specie in assenza di un sistema politico e di una legge elettorale che infondo nei fatti è restata figlia di quel proporzionale e di quel sistema da multipartitismo esasperato che aveva contraddistinto tutta la prima repubblica a partire dalla sua alba partigiana.

Di Pietro spara a zero contro le stesse istituzioni che per anni ha onorato, cambia posizione ogni giorno, attacca prima i possibili alleati e poi gli avversari e cosi facendo dimostra l’assenza di sintesi, un furore prima giustizialista e poi socialista, confondendo valori, principi e idee che alla fine ne rendono complessa finanche la comprensione del pensiero, quali padri nobili abbia lIDV è una richiesta non irrilevante, se è vero che un ideale dovrebbe avere anche una sua storia dei suoi esempi, che ne corroborano il percorso e la volontà di partecipazione. Di Pietro e Grillo sono gli esempi più evidenti della liquidità della politica in questa complessa fase storica, e non è un caso che conosca amici di sinistra con trascorsi politici di specchiata coerenza e onestà intellettuale che si dividono fieramente e duramente su queste due personalità.

Il quadro potrebbe essere più semplice ed efficace se, aldilà di una possibile Grosse Koalition, si andassero a costruire dei poli politici più chiari ed omogenei. Con un partito conservatore moderno, che potrebbe con Casini, Fini e Montezemolo, rilanciare una destra europea sul modello tedesco o francese e un partito riformatore moderno, progressista, europeista, che si ispirasse ai labouristi inglesi, ai democratici americani o ai socialdemocratici tedeschi.

Sono certo che questa divisione è semplicista e fatta con categorie ormai superate, ma mi sembra una esemplificazione utile alla comprensione di una politica oggi francamente incomprensibile e spesso inaccettabile.

Quello che manca è il PDL, e lo credo bene, il PDL fatico anche a definirlo un partito liberista (non liberale) o neo-liberista, in realtà anche questa definizione non calza se si guarda alla ventennale, tragica esperienza che il nostro paese ha vissuto con Berlusconi e i suoi.

Sarebbe bene che molti dei suoi protagonisti ritornassero alle ville e ai yacht di provenienza, gli altri potrebbero, per una similitudine direi quasi biologica (penso agli ex socialisti di Craxi) confondersi, se fossero accettati, nelle file dei conservatori.

(Nelle foto dall’alto in basso: Pierferdinando Casini, Luca Cordero di Montezemolo, Beppe Grillo e Matteo Renzi)

Nicola Guarino


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