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L’altra Venezia – Intervista. E dopo...La quinta stagione?

giovedì 6 settembre 2012 di Davide Rossi, Ian Mundell

Intervista ai registi Peter Brosens e Jessica Woodworth, autori del film “La quinta stagione” che chiude la trilogia iniziata con “Kahdak” e “Altiplano”. Grande emozione a Venezia per questo capolavoro, ambientato nelle Ardennes. Un’opera ricca di spunti e suggestioni. Un perfetto melange di architettura, musica e poesia sull’inquietante tema del disadattamento dell’uomo alla natura. Con tutti i suoi effetti esistenzialmente devastanti.

Ho amato molto LA QUINTA STAGIONE.

Grande emozione il riferimento fatto dai registi a “Marketa Lazarova”, capolavoro del cinema socialista cecoslovacco, film quello dedicato al medioevo passato, questo a quello prossimo, nella sua grigio-cromia delle monocordi stagioni belghe. Il tempo si consuma nella distruzione perpetrata dall’uomo su sé e sulla natura, e la storia si fa morte e sangue. Il grido "herr, herr,..." del meraviglioso incipit della passione bachiana secondo Giovanni sancisce e suggella la fine, mentre il ramo rinsecchito dell’albero si scuote al vento di morte. Ultimi gli struzzi, post-incipit bunueliano a ricordarci l’origine della catastrofe, la borghesia e i suoi devastanti, deliranti e autodistruttivi valori.

Davide Rossi

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SINOPSI DEL FILM

Su un villaggio nel cuore delle Ardenne si abbatte una misteriosa calamità: non arriva la primavera. Il ciclo della natura si è capovolto. INVERNO - In cui Alice, figlia di un contadino, e Thomas, un adolescente solitario, sono innamorati. In cui l’annuale falò che celebra la fine dell’inverno non riesce ad accendersi. PRIMAVERA - In cui le api scompaiono, i semi non germogliano, le mucche si rifiutano di produrre latte. In cui si ha la prima vittima. ESTATE - In cui un venditore ambulante di fiori porta al suo passaggio una gioia effimera. In cui abbondano gli insetti, sale il panico, esplode la violenza. AUTUNNO - In cui ogni cortesia è svanita. In cui gli angeli prendono la fuga.

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INTERVISTA CON I REGISTI

“ Le cose cominciano a scomparire, persino i colori…”

D. Il villaggio e il paesaggio sono una presenza forte nel film. Dove si trovano, e come avete scelto questi luoghi?

Peter Brosens: Il villaggio si chiama Weillen ed è a soli due chilometri da casa nostra a Falaën. È un luogo straordinario perché evoca l’isolamento di un villaggio "situato in mezzo al nulla nel cuore delle Ardenne". È abitato da una comunità rurale, è circondato da prati e campi e sovrastato da un grande e fitto bosco. È perfetto per ambientarvi una storia!

D. Come avete scelto gli attori?

Jessica Woodworth: Siamo stati aiutati dalla ADK Kasting di Bruxelles. Per circa sei mesi abbiamo cercato in tutto il Belgio Thomas e Alice. Io ho anche valutato alcune opportunità in Francia e Svizzera. Aurélia Poirier, che interpreta Alice, la protagonista, in realtà è francese. Quando l’ho vista arrivare al provino a Ginevra ho immediatamente capito che sarebbe stata la nostra Alice. Django Schrevens, che incarna Thomas, ha 17 anni: è belga-brasiliano e vive a Bruxelles, dove abita anche Gill Vancompernolle (12 anni) che è di origini fiamminghe. Nel cinema belga Sam Louwyck non è uno sconosciuto. Abbiamo scritto il ruolo di Pol apposta per lui, così come abbiamo immaginato il ruolo di Marcel (l’uomo con il gallo) pensando a Peter Van den Begin. Nel film ci sono diversi attori straordinari, come Bruno Georis, Nathalie Laroche, Pierre Nisse e Delphine Cheverry. E sul posto abbiamo anche scelto alcuni non professionisti, come Robert Colinet e Véronique Tappert. È stato meraviglioso lavorare con tutti.

D. E la scelta della troupe principale?

PB: Dopo aver visto gli incantevoli film Blue Bird e Little Baby Jesus of Flandr di Gust Van den Berghe (entrambi selezionati alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes) abbiamo chiesto ad Hans Bruch Jr. di essere il direttore della fotografia del nostro film. Hans ha portato con sé una squadra di operatori giovani e molto impegnati. Abbiamo proposto a Igor Gabriel, collaboratore abituale dei fratelli Dardenne, di occuparsi delle scenografie. Sia lui che la sua squadra sono stati fantastici. Pepijn Aben, tecnico del suono in presa diretta, e Michel Schöpping, che si occupa del montaggio del suono, del missaggio e delle musiche, entrambi olandesi, lavorano con noi da Khadak e quindi hanno visto e sentito di tutto!

D. Qual è stato il contributo della troupe a La quinta stagione?

JW: È stato un film estremamente difficile da girare e avevamo un budget molto ristretto e vincolato. I responsabili di ciascun dipartimento si sono rivelati pieni di risorse e di pazienza, adattandosi al nostro stile di lavoro che è molto esigente e impone di prendere numerose decisioni sul set, all’ultimo momento. Non è una modalità facile per una troupe. «On est dans le non-traditionnel!» era la battuta ricorrente. Siamo stati costretti a cambiare il piano di lavorazione 27 volte nel corso dei 31 giorni delle riprese, perché dipendevamo interamente dalle condizioni atmosferiche! Il nostro primo aiuto regista, Arnout André de la Porte, che si occupava del programma giornaliero, è stato un vero mago.

D. Quali sono state le sfide tecniche della realizzazione del film?

PB: Credo che non ci saremmo sentiti normali se non avessimo messo a dura prova i nostri limiti. Faceva un freddo cane. Abbiamo girato tutte e le quattro stagioni nel cuore dell’inverno. Le scene d’estate sono state molto difficoltose: in pantaloncini corti e maglietta, gli attori erano congelati fino al midollo! E durante la scena del barbecue estivo ha iniziato a nevicare fitto e sul set si è scatenato il panico.

D. Come lavorate in due alla regia?

PB: Prendiamo insieme ogni decisione. Fortunatamente siamo d’accordo quasi su tutto. Se a uno dei due viene in mente un’idea davvero pessima, l’altro glielo fa notare e poi, dopo un momento teso di silenzio, scoppiamo a ridere. E andiamo avanti così. Quando qualcosa funziona, quando una scena si svolge magnificamente, lo capiamo subito tutti e due, senza bisogno che ci parliamo.

D. Considerate La quinta stagione il terzo capitolo di una trilogia, dopo Khadak e Altiplano. È un progetto che avevate fin dall’inizio o un’idea che ha preso forma realizzando i film precedenti?

JW: La lavorazione di ciascun film ci ha assorbito così tanto che non ci siamo mai preoccupati di immaginarlo come parte di un progetto più grande. Solo dopo aver girato il secondo film, Altiplano, ci siamo confrontati sul nostro desiderio di applicare le nostre idee al luogo dove abitiamo. Viviamo qui nel Condroz da quasi dieci anni. Ci piaceva molto la sfida di lavorare "nel cortile di casa nostra".

D. In che modo l’esperienza acquisita con i due film precedenti ha influenzato La quinta stagione?

JW: Dirigere un film è un’impresa titanica che comporta migliaia di decisioni che vanno prese nell’arco di vari anni. In tutta sincerità, in ogni film è scolpita una parte della nostra anima. I nostri film sono un’estensione di noi stessi: contengono i nostri dubbi, le nostre speranze, i nostri dolori e il nostro rispetto. Per quanto riguarda la fase delle riprese, ogni singolo giorno su un set in esterni è unico. Malgrado l’esperienza che puoi avere acquisito, devi sempre affrontare un nuovo giorno con umiltà, convinzione e coraggio. E poi noi viviamo ogni film come se potesse essere l’ultimo.

D. Lavorare "a casa" ha modificato il vostro modo di sviluppare il film?

JW: Abbiamo svolto la stessa quantità di ricerche di quelle effettuate in Mongolia e in Perù. Un professore belga dell’università di Liegi, Françoise Lempereur, ci ha aiutato per una serie di aspetti storici e folcloristici. Abbiamo passato al setaccio archivi e musei e parlato con i contadini locali della loro vita quotidiana e delle loro ansie. Ma questa volta non avevamo il vincolo di attenerci a fatti precisi visto che si tratta di una situazione ipotetica che si verifica in un prossimo futuro. Fortunatamente si tratta di pura finzione! Tuttavia, tutti gli elementi presenti nel film derivano in una certa misura dalla realtà, esattamente come nei nostri due film precedenti.

D. Parlatemi un po’ delle idee che legano i tre film.

PB: Abbiamo iniziato a girare film di finzione in Mongolia (Khadak) e Perù (Altiplano), due luoghi per definizione molto lontani. Ciò nonostante quello che ci siamo sforzati di trasmettere è in realtà molto, molto vicino a noi. Con La quinta stagione abbiamo rivolto il nostro sguardo al nostro ambiente perché abbiamo sentito che era necessario trasporre le nostre idee nel contesto in cui viviamo. In realtà, la storia de La quinta stagione potrebbe essere ambientata in molti luoghi, ma "il cortile di casa nostra" ci è sembrato più logico, perché conosciamo la gente, la luce, la topografia, le stagioni, gli usi e costumi, le vecchie case di pietra, le cave, le fattorie, i ritmi quotidiani e via dicendo. Inoltre è un luogo che ha una bellezza ossessiva e sembra fuori dal tempo.

JW: Ovviamente i tre film hanno in comune lo stesso linguaggio visivo, un senso di urgenza e l’interesse per le tematiche ambientali. Ma un film parla a ogni spettatore in modo diverso. Noi desideriamo che i nostri film tocchino il pubblico, al di là della storia che raccontano. Come accade con la musica. Nessuno si domanda mai ‘Di cosa parla questa sinfonia?’. Ascoltare la musica è un’esperienza soggettiva e molto personale. Vorremmo che i nostri film fossero vissuti come se fossero dei brani musicali. Iniziamo a lavorare sulla musica molto presto, prima ancora di girare. Per tutto quello che riguarda il suono e la musica, il nostro partner creativo fin da Khadak è Michel Schöpping. Con lui abbiamo esplorato innumerevoli possibilità e il suo contributo ai nostri tre film è incommensurabile.

PB: La sua domanda mi ha fatto collegare mentalmente La quinta stagione al nostro primo film, Khadak, un film che parla della fine del nomadismo. In La quinta stagione la comunità alla fine ricorre alla forma di arroganza più estrema: il sacrificio umano come modo disperato di rovesciare il cattivo presagio. Tuttavia, Thomas, l’adolescente solitario, opta per un tipo completamente diverso di sacrificio: il sacrificio individuale. Alla fine del film, sceglie di portare il bambino ferito ‘nella terra dove crescono le banane’. Quindi diventa un nomade, fisicamente e spiritualmente.

D. Quali sono gli elementi visivi che collegano i tre film?

PB: I tre film hanno in comune un principio cinematografico: una composizione ben equilibrata di piani sequenza al servizio sia delle scene che delle inquadrature in cui collocare situazioni e azioni. In questo modo il tempo può diventare tangibile: nei nostri film il ritmo e la tensione non sono determinati dal classico découpage, ma dal modo in cui il tempo fluisce attraverso le immagini e le scene. E questo può consentire allo spettatore di trascendere la storia vera e propria. Ancora una volta, crediamo che il cinema abbia le stesse potenzialità della musica, della pittura o dell’architettura.

D. Per questo film sembrate aver scelto una gamma di colori molti più tenui. Per quale motivo?

PB: Come sapete, l’inverno in Belgio ha per definizione una luce tenue. Ci piace rendere omaggio ai colori autentici di un luogo. D’inverno, la Mongolia (Khadak) brilla di una luce accecante e le Ande (Altiplano) sono un tripudio di colori. Qui ci siamo limitati a restare vicini alla realtà. Il cambio di tonalità in La quinta stagione è dovuto alla storia stessa: la primavera si rifiuta di arrivare e le cose iniziano a scomparire, persino i colori.

D. A livello estetico o narrativo, quali sono state le vostre fonti d’ispirazione?

PB: Ci siamo ispirati alle arti e alla musica, soprattutto nella fase di elaborazione del progetto: i dipinti di Bruegel, Goran Djurovic, Michaël Borremans, per esempio, e la musica di Georges Gurdjieff, Nick Cave, Johann Sebastian Bach e Dimitri Šostakovič. A dire il vero, ci capita spesso di concepire e creare le immagini ascoltando musica. Amiamo anche Adele, potrebbe ispirarci per un altro film…

JW: Tra le varie fonti d’inspirazione aggiungerei Marketa Lazarová, il capolavoro del cinema ceco, Theo Angelopoulos, la musica tradizionale armena, le serate di danza country nel nostro quartiere, la reale scomparsa delle api ovunque nel mondo, l’abuso di fertilizzanti tossici, la crisi del latte. E per quanto riguarda i dialoghi, sono stati gli stessi attori a suggerire molte delle battute durante le prove.

PB: E poi c’è la grandiosa frase di Werner Herzog: “Cosa abbiamo fatto ai nostri paesaggi? Li abbiamo messi in imbarazzo!

Intervista a cura di Ian Mundell


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