Altritaliani
Anfiteatro Romano di Albano laziale

Senza confini con Moni Ovadia, nell’alternanza di musiche rom e yiddish.

giovedì 16 agosto 2012 di Marina Mancini

“Ebrei e Zingari”, l’appassionato contributo dell’artista alla battaglia contro ogni razzismo.
Metti che in una sera d’estate decidi di impegnarti, di nuovo (ci sto prendendo gusto?), a non rendere banale e molesto il finire del giorno e decidi di accettare il suggerimento di alcuni amici. So già (ormai) che andrà bene, superate le consuete resistenze (ma questa volta veramente poche) quando si esce dall’ordinario il bello ti aspetta dietro l’angolo.

Questa volta il bello, seducente inconsueto, lo vado a pescare ai castelli romani. Il mio bello e appassionante stasera si chiama Moni Ovadia, si chiama Musica, si chiamano Rom, Ebrei, Rumeni.
La cornice che fa da sfondo a questa moltitudine di emozioni e sonorità si chiama Anfiteatro Romano nella città di Albano laziale, lontano dal piccolo, ma generoso marciapiede della libreria Laviniese, lontano quel tanto che fa dire a me “un bel viaggetto” alla mia bimba “ …..e che pille ma quando arriviamo?!!”

Trovo senza perdermi (e questo è già un avvenimento), la destinazione finale, mi avvio a piedi per quel tratto di strada che mi separa dalla festa, contenta di non essermi dovuta inventare un parcheggio quanto meno disinvolto e ardito, come nelle mie peggiori previsioni. Svolto un angolo, solo un cantuccio, apparentemente insignificante e lo spettacolo che mi si para davanti mi lascia senza respiro.

Lo spettacolo dell’Anfiteatro, bellissimo, visto dall’alto, illuminato dai fari che ne svelano i contorni antichi e le mura corrose dal tempo. Imponente e intangibile, lascia tracce della sua solennità, rigorosa e austera. Nella sua pancia mi sento accolta, sarà che sono una dalle facili impressioni ed emozioni ma mi sembra di essere protetta dai mille anni di storia che la costruzione intorno a me racconta e interpreta.

Nel grembo di questo mondo, al centro, è allestito il palco ad attendere orecchi ed occhi avidi e sul palco sono già presenti come una promessa che sta per essere mantenuta, gli strumenti del viaggio che si animeranno e prenderanno voce grazie alle carezze di mani esperte.
Belle le forme del contrabbasso che attende disteso, mi incanta la linea morbida delle sue curve. Inizia lo spettacolo, prende vita la musica, che è altro, non note normali ma un esaltazione di suoni che rincorrono suoni, una transumanza di vivacità, energia, vitalità.

Mi colpisce il cassettone che, prima, silenzioso, non mi aveva destato molta curiosità, una specie di cassapanca intarsiata, l’avevo liquidato come uno strano pianoforte un po’ piccolo certo, ma sai come sono questi artisti? ognuno ha il suo vezzo!
E invece, la sola stravaganza dell’artista (Marian Serban rom di Bucarest) a cui è affidato lo strumento è la sua camicia semi setosa, di un rosso tendente al fucsia che spicca tra i vestiti sobri da giornata uggiosa all’ufficio postale, degli altri.
Il suo strumento ci spiegano, a nobili origini, tipico dell’Europa centro orientale, ha raggiunto la massima espressione e bellezza grazie alla fantasia di artisti Rom, si chiama cymbalon. Si batte come un tamburo il Cymbalon, sulla sua pancia fatta di corde metalliche e il suono che ne nasce è una specie di cascata squillante di perline.

Questa musica che prepotente e tiranna ti entra dentro senza chiedere il permesso, è una narrazione, il racconto della prossimità dei due popoli che vengono celebrati questa sera. Il popolo Rom e il popolo Ebraico. Gli ebrei e il “popolo degli uomini”.
Legati per secoli dallo stesso destino di fuga gli uni perché lontani dagli stereotipi dei “civil valori”, inevitabilmente a braccetto con la loro libertà, gli altri, per aver rifiutato i dogmi del Cristo cattolico, imposto per forza e per dovere al resto del mondo.

Moni Ovadia, coinvolgente uomo di cultura e di ricerca che, anche, attraverso la musica, cerca le diverse ragioni degli esseri umani, ci dice con il suo fare confidenziale, schietto, da quattro amici al bar, che dopo l’immane catastrofe nazista, shoa (per gli ebrei) e porrajmos (per i rom), il destino di questi due nobili popoli prende strade diverse ed opposte, gli uni continueranno a vivere per il mondo spostandosi di terra in terra, sempre reietti, perché non addomesticati, gli altri, “entrano nel salotto buono” dei potenti, si stabiliscono e occupano un territorio che per diritto di sofferenza subita, con prepotenza chiamano “nostro”, dimenticandosi il loro personale supplizio e condannando altra gente alle medesime offese.

Tutto questo racconto si dispiega e si esprime con e nella musica, io mi sorprendo della somiglianza dei suoni nell’alternanza di musiche rom e yiddish.
La bellezza è nell’ironia, nella giocosità della vita che si prende la sua rivincita sulla tragedia.
Infatti, la prima canzone della serata è il canto struggente e profondamente umano di un deportato ebreo che si addolora per le sofferenze dei suoi vicini di baracca nel lager, piange per il destino degli zingari, suoi fratelli nella comune tragedia.
Il canto si muove tormentato, prende strade dolorose e amare, ma poi ha uno scatto, scivola nella suprema possibilità umana dell’opposizione e del rifiuto, nella personale affermazione della propria dignità e diventa ironica, quasi beffarda. Mi ricorda il meraviglioso film “tren de vie” o le immortali parole del sommo poeta Francesco Guccini, che nella sua celeberrima “ il matto “ così recita:

“Mi dicevano il matto perchè prendevo la vita
da giullare, da pazzo, con un’ allegria infinita.
D’ altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia,
ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia.”

La prima canzone si muove come e fino all’ultima e gridano la stessa verità umana. Non capisco le parole, ma la musica da voce al suo senso.
Chi riesce a resistere a questa sovrana assoluta? Io non ci riesco e lei mi entra in tutte le fibre, ti provoca e tu cedi alla provocazione.
I piedi vanno ormai per conto proprio e le mani impedite al battere per accompagnare il frenetico ritmo, per via della pupa che mi si è appisolata addosso (come fa?), cominciano a percuotere quello che trovano e trovano le cosciotte della bambinetta, che trainata, anche questa sera, da sua mamma in cerca di emozioni non si arrende, nemmeno lei e pretende e si prende il suo giusto riposo, nonostante tutto e tutti. Poi si sveglia, mi guarda e sorride e mi dice “mamma allora sei proprio matta!”

La musica non ha confini, non pone distanze, ci fa uguali, non ci sono elite. Di più, testimonia la nostra comune ed identica essenza, meravigliosa sostanza umana. “Siamo tutti uomini, siamo un sol uomo”. Lo grida Moni Ovadia, lo dichiarano i suoi artisti, quattro dei quali del popolo rom di diverse regioni dell’Europa dell’est.

Mentre suonavano pensavo:”ma quanti mani, dita hanno questi? Come fanno a far venir fuori quei suoni, tutti insieme? Ma il violinista (Ion Stanescu, papà rom e mamma ebrea) ha il braccio bionico?” L’arcano è spiegato dal fisarmonicista, Albert Florian Mihai, che a domanda di Ovadia risponde “ Porca puttana Moni, se non suoni così ai matrimoni degli zingari ti sparano!”… Meravigliosa gente.
Io questa sera sono Rom, sono Yiddish, sono Rumena. Voglio essere Rom, Ebrea, Rumena.

Marina Mancini


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