Altritaliani

Peugeot di così si muore.

sabato 14 luglio 2012 di Veleno

Che roba ragazzi! In Francia la Peugeot taglia 8.000 posti di lavoro! In Spagna viene abolita la tredicesima, in Grecia viene tagliata la sanità agli anziani. Rispetto a queste cose i sacrifici italiani imposti da Monti sembrano una cosa da ridere.

Si continua a fare sacrifici in tutta Europa, ma la luce infondo a tunnel continua a non vedersi. Le ultime sono che finanche la Cina da segni di crisi (la sua crescita è in ribasso) e l’ennesimo declassamento del debito pubblico colpisce l’Italia, mentre lo scudo antispread stenta a nascere, mentre la politica Europea continua a muoversi al rallentatore, tra mille esitazioni ed egoismi.

La notizia della Peugeot è terribile ed ha effetti devastanti. La maggior parte dei tagli sono nelle storiche fabbriche di Aulnay sous Bois, una zona difficile che fu teatro ai tempi di Sarkozy della rivolta giovanile nelle banlieues. Perdere lavoro lì significa aumentare le tensioni sociali intorno a Parigi. Significa aggravare il già grave divario tra ricchi e poveri, aumentarne il senso di disperazione, con la metropoli che vive la sua periferia come una minaccia ora ancora più incombente. Era ieri che Hollande, prima dell’unico confronto televisivo con Sarko, incontrava fuori gli studi televisivi, gli operai angosciati della Peugeot, fornendo loro rassicurazioni sull’impegno delle istituzioni in loro favore.

Ora è il momento di dimostrare che quelle parole non erano solo propaganda. Il competente ministro Montebourg promette di battersi per la concertazione con le parti sociali per tentare una soluzione, del resto non va dimenticato che l’industria automobilistico francese aveva avuto in passato ben 4 miliardi di euro a suo sostegno, dallo Stato, ovvero, è sempre bene ricordarlo dai contribuenti francesi. Siamo in una situazione analoga a quello dalla FIAT in Italia. Anche la Fiat come la Peugeot non è semplicemente un’azienda privata è un pezzo del Paese, un simbolo dell’Italia come la Peugeot è un simbolo della Francia.

In Italia l’allora governo Berlusconi non fece alcuna concertazione dando mani libere all’amministratore delegato della casa torinese. Pochi giorni fa Monti ha inopportunamente espresso un giudizio negativo sulla concertazione che viceversa è uno dei momenti salienti della politica, specie quando si parla di aziende che sono state fortemente protette in passato con leggi e sovvenzioni dello Stato.

Anche questa vicenda, però, fa capire il ritardo culturale della politica europea, che continua a muoversi e a vivere procedendo in ordine sparso per singole realtà ed esperienze nazionali, mentre oggi, al cospetto di una economia che si muove a livello mondiale con gruppi di speculazione che sanno governarsi perfettamente, la politica non riesce ad offrire una risposta globale, complessiva. La crisi Peugeot, come quella Fiat o le vicende delle banche spagnole, dimostrano l’assenza di una strategia comune europea nelle politiche industriali e finanziarie, cosa che indubbiamente favorisce gli attacchi speculativi. Oltre a politiche comuni europee, mancano strategie sindacali e di solidarietà comuni nell’area Europa, un ritardo grave questo di non pensare in chiave continentale prima che nazionale.

Così accade che l’economia governa la politica, ne detta l’agenda, ne impone le scelte, mentre occorrerebbe, anche su piano oserei dire etico, che fosse la politica a governare l’economia. In tal senso la Merkel ha ragione, occorrerebbe un’Europa politica, che parlasse con una voce sola, ma allora occorrerebbe anche una banca centrale europea che fosse la banca della nazione Europa.

Occorrerebbe fare presto per avere maggiori poteri per la Commissione Europea, un parlamento europeo capace di poteri sovranazionali che incidano sui singoli paesi. Ma si sa l’Europa corre come una lumaca e i tempi storici non sono sempre così vertiginosi come furono per l’unità d’Italia, dove si realizzo quanto appena cinquant’anni prima appariva fantascienza (l’ho dico pur nella consapevolezza che forse proprio il processo di unità troppo rapido fu alla base dei mali genetici del nostro paese).

Qui tuttavia la strada è obbligata. Anche i sassi hanno capito che non si può più tornare indietro ed allora occorrerebbe lo scatto, lo sprint, per correre più velocemente in avanti.

Occorre oggi correre verso l’unificazione europea, mettersi in linea rinunciando a effimeri privilegi nazionali o addirittura ad egoistici calcoli elettorali di qualche partito o di qualche leader. Qui o si fa l’Europa o si muore.

E intanto l’Europa perde pezzi di economia. Marchionne già minaccia di chiudere un’altra fabbrica dopo aver imposto profittando del momento di crisi economica ed industriale di condizioni capestro per i lavoratori, mentre il Qatar si compra il marchio Valentino, la Tailandia compra il marchio Rinascente, dico le ultime due che mi vengono in mente, ma è idem negli altri paesi europei. Niente di grave se non fosse che questi paesi sono portatori di una cultura del lavoro che riporterebbe indietro di decenni l’Europa che è culla del diritto del lavoro e di un sano sindacalismo.

Il vero punto è che quell’1% che detiene il grosso delle ricchezze mondiali a scapito del 99% che protesta, ha capito che il punto non è difendere l’America o la Francia o l’Italia, ma i propri interessi; e certamente la cultura del lavoro cinese (leggi sfruttamento, abolizione dei sindacati, mancanza di regole) sono l’optimum per restare l’1% che detiene tutte le ricchezze. Ecco perché in questa guerra, ancor più che in passato, non ci sono motivi patriottici o pseudo tali, ma solo motivi economici e alla fine batta la bandiera stelle e strisce o rossa con stella e stelline quello che conta è avere il controllo dell’economia mondiale.

Per la prima volta nella storia del mondo non siamo innanzi ad una guerra di conquista di territori, ma di conquista di economie e di processi economici.

Mentre questo accade, si perde tempo e non si capisce che bisogna strappare a quell’1% per cento il controllo del mondo attraverso l’economia sottoponendo quest’ultima al primato della politica.

Tutto questo mentre in Italia Berlusconi annuncia, minaccia, di ridiscendere in campo, Grillo invoca di non dare la nazionalità italiana ai figli d’immigrati nati nel Bel Paese.

Quanto provincialismo! Quanto ancora dobbiamo farci male per capire?

Veleno


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