Altritaliani

Gli stagni di Corot, racconto di Pablo Lentini Riva

domenica 10 maggio 2009 di Pablo Lentini Riva

Un racconto ancora inedito, molto bello e sottile, affidato ad Altritaliani dallo scrittore e musicista italiano Pablo Lentini Riva, che mettiamo in rete per i nostri lettori amanti di letteratura. Narra di come la ricetta di una torta di mele possa far luce su una richiesta atroce.

GLI STAGNI DI COROT

1 marzo

La campagna dopo gli ultimi sobborghi della metropoli è spettrale. Mi piace solo il vischio che rianima le fronde gelate e tengo duro per qualche istante cercando di scorgerlo sui pioppi. Poi la morte mi saluta da un cimitero assediato dal letame, allora sprofondo nel sedile e comprendo l’ira di chi ha sventrato lo schienale di fronte al mio facendone uscire le budella di gommapiuma. I villaggi sono avamposti ridicoli, così come lo sarebbero le fortezze o i fossati più profondi se il nemico fosse il tempo.

Il maestro è provato. Viaggiamo verso Ville-d’Avray, dove mi ha pregato di accompagnarlo. “Per un concerto?” ho chiesto. Ha farfugliato qualche parola, poi è ripiombato in un silenzio che ha subito fatto comunella con quello del paesaggio e io sono rimasto imprigionato tra l’odore di ruggine del vagone e le gocce di pioggia che calcano la diagonale del finestrino.
Mi ha dato appuntamento a Saint-Lazare con un anticipo che la giovinezza non conosce. Nella sala d’attesa, forse in imbarazzo per l’enorme porzione di sonno che mi stava rubando, si è messo a parlare. Io facevo scorta dell’aura delle ultime belle ragazze per sopravvivere all’apnea della provincia.

“Ha dormito bene?”.

Con un’allieva dai capelli di cenere, le ossa di pollo e i seni di marzapane, avrei dovuto rispondere, ma mi sono limitato ad annuire.

“E lei maestro?”.
“Io?”.

Mentre pensava alla risposta ho continuato a vagare tra le rovine della mia notte.

“Soffro d’insonnia” ha detto.
“Fatica a prendere sonno?”.
“Non dormo più, il che è ben diverso”.
“Prenda il sonnifero”.
“Non dormo da quando Lena è morta”.
“Da un anno?”.
“All’inizio ho provato a scacciare il suo fantasma con i medicinali, ma non è servito”.
“Potrei venire a suonarle le Variazioni Goldberg”.

Si è commosso. Come quasi tutti i vecchi ha la lacrima facile. Se si rimettesse a piagnucolare nel mezzo di questa landa infestata dai corvi sarebbe la fine. Era molto legato alla moglie. Ora vive in luoghi in cui Lena respira ancora. Guarda solo dentro di sé. Suona sempre benissimo, come io non suonerò mai, ma quello che fa, tutto ciò che fa, somiglia più a un riflesso che a un gesto. Voltargli le pagine ai concerti è un privilegio al quale non rinuncio. Questa volta però non ha con sé la cartella nera nella quale di solito trasporta la musica. La presenza del portabiti non basta a rassicurarmi. Vorrei domandargli se ha dimenticato gli spartiti, ma temo che la prenda per una mancanza di rispetto. Forse dorme, perché ha gli occhi chiusi. Non si può vegliare per un anno intero.

Sera

La sera ho nostalgia di mia madre. La ho nel ventre della capitale, figuriamoci in campagna, dove le donne fingono di saper fare la torta di mele. Quel gusto di cannella e scorza di limone lo cercherò per tutta la vita, ma lo farò con le papille bruciate di un adulto e forse per questo non lo troverò più.
Siamo arrivati agli stagni di Corot in tarda mattinata e ho dovuto rivedere un’idea che avevo: pensavo che i laghi fossero i posti più lugubri del mondo, ma le due pozze hanno vinto il concorso. Le acque morte nelle quali si specchia un torbido principio di primavera mi hanno procurato un magone che m’impedisce di deglutire.
L’hotel è lussuoso e non ha nulla a che vedere con le modeste locande dove vengo accolto in occasione dei miei concerti. Fuori stagione è deserto e questo ha contribuito ad accrescere la mia prostrazione.
Il maestro è sparito subito dopo pranzo, prima che potessi interrogarlo di nuovo in merito alla nostra gita. Non mi pare che un suo recital sia annunciato. Il personale dell’albergo non ne sa nulla. Ho cercato con trepidazione un pianoforte, perché una tastiera, anche muta, mi avrebbe evitato di scendere a patti con questa natura sonnolenta.

“C’è un pianoforte in albergo?” ho domandato.
“No”.

Allora sono uscito a caccia delle giovani contadine dipinte da Corot per verificare ciò che già sospettavo: nessuna ragazza nel fiore degli anni si è sognata di rimpiazzarle. Ho gettato qualche sasso nel decotto di ninfee e anche quello si è rivelato un passatempo privo di fascino. Sarebbe stato bello librarsi oltre la riva, ma le liane dei salici hanno smesso da un quarto di secolo di sostenere il mio peso.

Il maestro è comparso per cena. Ero già a tavola e vedendolo sono scattato in piedi. Ha attraversato il refettorio appoggiandosi al bastone da passeggio. Non aveva una bella cera. Le occhiaie contrastavano col pallore del volto. Deve aver compreso subito quanto fossi contrariato.

“Non le piace il posto?”.
“Perché siamo qui?” ho domandato.
“Lei ha il vizio di rispondermi con una domanda”.
“Mi piace” ho mentito “ma perché siamo venuti?”.
“Frequentavo gli stagni con mia moglie”.
“E il concerto?”.
“Ne parliamo domani”.

Dalla finestra della mia camera vedo l’acqua. Il suo torpore è un fedele alleato della morte. E se anche io cominciassi a soffrire d’insonnia? La questione è emersa dalla superficie dello stagno per inabissarsi nel mio petto. Mi sono spaventato e sarà tale paura a impedirmi di riposare. A certe cose non bisognerebbe pensare nemmeno per sbaglio: al singhiozzo, ai vuoti di memoria durante i concerti, all’impotenza, al battito cardiaco, al respiro, al momento preciso in cui ci si addormenta.

2 marzo

La notte scorsa qualcuno ha bussato alla porta della stanza. Non riuscivo a dormire, perché ogni volta che mi si chiudevano gli occhi tentavo di sorprendere Morfeo, allora sobbalzavo e sentivo il cuore battere per lo spavento. Quando hanno bussato ho perfino creduto che fosse l’uomo della sabbia, invece era il maestro. Era in frac e mi ha ordinato di vestirmi.

“Che ore sono?”.

Ha consultato l’orologio.

“Le tre”.

Aveva un’espressione più grave del solito. Non sembrava confuso, così ho ritenuto opportuno assecondarlo.

“Dove andiamo?”.
“Le devo parlare”.

Abbiamo lasciato l’albergo e preso un sentiero che seguiva la riva dello stagno. Faceva molto freddo. L’acqua era color dei metalli.

“Di che anno è lei?” ha chiesto.
“Del settantasette”.
“Nel settantasette una mia registrazione venne spedita nello spazio assieme ad altra musica”.
“Nello spazio?”.
“A bordo di due sonde che forse un giorno verranno intercettate da altre forme di vita”.

Sapevo benissimo che l’incisione scelta per il programma Voyager era di Glenn Gould, ma in quel momento non ho voluto contraddire il vecchio. La situazione era abbastanza assurda, inoltre il maestro ha sempre detestato Gould.

“Che opere?” ho chiesto.
“Il clavicembalo ben temperato. L’inizio del secondo libro”.

Abbiamo abbandonato la riva per seguire un sentiero che s’inoltrava nel bosco. Mentre avanzavo ho cominciato a credere che nonostante l’apparenza il maestro non fosse più in sé. Vestito da concerto mi trascinava verso un buio che pochi passi dopo sarebbe diventato impenetrabile.

“Rientriamo?” ho chiesto.
“Lei è stato il mio migliore allievo”.
“Grazie”.

Si è fermato in una radura. Cominciava a battere i denti per il freddo.

“Poche persone hanno goduto della mia stima” ha detto “e lei l’ha conquistata fin dalla prima volta che ha suonato per me. Quanti anni aveva? Diciotto, mi pare”.
“Diciassette”.
“Abbiamo viaggiato assieme, scherzato, mangiato, bevuto. Ha conosciuto Lena: la dolcezza, la pazienza, la devozione, il suo coraggio”.
“Più di tutto ricordo il coraggio”.
“E dopo la sua morte è venuto a raccogliermi tra le bottiglie fingendo di non vedere i vuoti in cui inciampavamo”.

Nonostante l’oscurità ho scorto le sue lacrime.

“Rientriamo” ho detto.
“Come ho fatto a sopravviverle un anno intero?”.
“Come facciamo tutti quanti a sopravvivere all’idea stessa della caducità?”.

Non so come abbia potuto scapparmi una questione tanto grossolana, allora ho aggiunto:

“Per fortuna abbiamo la musica”.
“Alla mia età è una magra consolazione”.

Ha portato le mani al volto e si è stropicciato a lungo gli occhi, poi ha sbuffato.

“Le devo chiedere di aiutarmi”.

Da una tasca della giacca ha tirato fuori una pistola che mi è sembrata piccola come uno scorpione.

“Cosa vuole fare?” ho chiesto.

Ha lasciato cadere il bastone e mi ha preso una mano costringendomi a impugnare l’arma.

“Ho provato ad uccidermi, ma sono un vigliacco e da solo non ce la faccio. Lei mi deve sparare”.
“E’ assurdo!”.
“Me lo deve”.
“No!”.
“Mirerà la tempia”.

Mi ha passato il fazzoletto da taschino.

“Poi pulirà le impronte dalla rivoltella e me la metterà tra le dita”.
“Non può chiedermi di fare una cosa del genere”.

Si è lasciato cadere sulle ginocchia e ha afferrato il mio polso con forza tirandomi verso di lui. Ho visto il suo corpo gigantesco diventare di carne e i suoi capelli diventare capelli veri. Avrei perfino potuto accarezzarli.

“Spari” ha detto.
“No!”.

Stringeva il mio braccio con una forza che non riuscivo a contrastare e mi obbligava a tenere la canna dell’arma puntata contro la sua testa.

“Spari!”.

Mi sono messo a frignare come nei sogni.

“La prego” ho implorato.
“Spari!”.

Moto retrogrado

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Foto di Veronica Mecchia

Se il tempo fosse il vero nemico, i villaggi che frenano l’avanzata della morte verso la metropoli sarebbero ridicoli, così come lo sarebbero le fortezze o i fossati più profondi. Dal fumo del letame spuntano le croci e uno scheletro aggrappato alla più alta si prende gioco di me. Sprofondo nel sedile e mi dico che se avessi un coltello sfogherei la mia collera dilaniando la finta pelle dello schienale opposto fino a farne uscire le budella. Provo a farmi coraggio ritrovando il vischio che anima le fronde di ghiaccio. Devo tenere duro ancora qualche istante: s’intravedono i primi sobborghi e in città, protetto da un esercito di muse, sarò salvo.

3 marzo

Oggi è il mio compleanno. In un libro di cucina ho trovato un lembo di carta del pane sul quale mia madre ha annotato per me gli ingredienti della torta: un chilo di mele, quattro etti di farina bianca, quattro uova, quattro etti di zucchero, quattro etti di burro, cannella, scorza di limone, una bustina di lievito vanigliato, un pizzico di sale e un bicchiere di latte. Potrei provare a farla, ma ho paura, perché intuisco che a mancarmi non è una fragranza, bensì il calore di un gesto. Compitando in lacrime l’elenco ho misurato per la prima volta il peso di una solitudine fatale e ho potuto perdonare il maestro.

Pablo LENTINI RIVA

Dello stesso autore:
Notturno per violoncello solo ed. Ellin Selae (nov 2008)
Sinfonia per la città capovolta o l’ultimo concerto a Venezia ed. Ellin Selae (dec 2012).

Aggiornamento 2012. Questo racconto è ormai pubblicato in Qui si dice che fu per amore, ed Ellin Selai 2011

Lo si puo’ scaricare:

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