Altritaliani
La prospettata riforma dell’art. 18 foriero di tensioni politiche e sindacali a danno del paese.

Sull’articolo 18 può saltare il banco.

mercoledì 28 marzo 2012 di Nicola Guarino

Un errore del governo il mancato accordo con le parti sociali sull’art. 18. Nuove tensioni politiche mettono a rischio i delicati equilibri politici che consentono la ripresa nel paese. Forte il rischio di uno scontro sociale e generazionale. Il ruolo del Parlamento e l’intervento del Presidente Napolitano, possono essere decisivi.

L’impuntatura del ministro Fornero e quindi del governo Monti sull’art.18, suona come quelli di alcuni professori che preso un provvedimento disciplinare eccessivo, non hanno poi l’elasticità di comprendere che quel provvedimento va ritirato. Sulla questione in oggetto, si rischia di far saltare i delicati equilibri parlamentari che sono stati fin qui essenziali alla ripresa ancora febbricitante del paese.

La riforma del lavoro presenta luci ed ombre, ed impone hai partiti, specie al PD di mettere a dura prova i suoi rapporti con un elettorato già riluttante e critico nei suoi confronti. E’ bene fare chiarezza sul punto. L’art. 18 è stato ed è un architrave dello statuto dei lavoratori, che bene ricordare fu redatto dal docente Gino Giugni che pagò questa riforma con il ferimento alle gambe ad opera delle Brigate Rosse.

In breve con quell’articolo non si poteva licenziare il lavoratore senza una giusta causa. Questa norma, peraltro è operante solo nei confronti delle grandi aziende, restano escluse le piccole e medie aziende che sono poi l’asse portante del sistema imprenditoriale italiano. Quindi la norma è applicabile per un ridotto numero d’imprese ma per un consistente numero di lavoratori stimato intorno agli otto milioni.

La giusta causa era quella dei gravi motivi disciplinari e non per ragioni economiche e/o di riorganizzazione industriale, argomento invece introdotto dalla Fornero. L’eventualità di un licenziamento senza giusta causa comportava un processo innanzi al giudice del lavoro con la possibilità che il giudice disponesse il reintegro del lavoratore. Processi lunghi e faticosi per ambo le parti.

Questo si ritiene sia uno dei motivi di dissuasione per gli imprenditori dall’investire in imprese sul suolo italiano. Ancora il governo insiste che con questa riforma del lavoro e dell’art. 18 si può aprire la partita per l’inserimento dei giovani sul mercato. Una maggiore flessibilità in uscita comporterebbe una maggiore possibilità di assunzioni e soprattutto metterebbe fine a quel labirinto di contratti e contrattini precari che furono concepiti da Biagi (altro giuslavorista che pago, addirittura con la vita, la redazione di quella riforma), con ben altro spirito da quello che ne ispirò l’applicazione. In pratica si ritiene che i contratti di lavoro in ingresso possano essere, sostanzialmente solo a tempo indeterminato, preceduti da un periodo di apprendistato.

Sul tema quindi, si rischia, salvo una revisione dell’attuale testo (peraltro non ancora depositato agli atti parlamentari), di ingenerare non solo un conflitto sociale gravissimo (manca l’accordo con i sindacati e i lavoratori già stanno inscenando manifestazioni spontanee di protesta), ma finanche un conflitto generazionale.

Sinceramente, credo che il governo Monti abbia avuto ed abbia numerosi meriti, il primo quello di averci liberato dal berlusconismo, in secondo luogo di avere mosso sul piano delle riforma (certo con luci ed ombre) l’asfittico e immobile panorama della politica italiana, ridando impulso al paese sia sui mercati che in Europa, dove l’Italia ha riguadagnato posizioni e prestigio, infine sono indiscutibili anche i meriti su questa riforma del lavoro che finalmente offre ai giovani la possibilità di uscire dal frustrante labirinto di precarietà che umilia le loro professionalità e impediva di guardare serenamente al futuro.

Tuttavia, credo che paradossalmente, il governo dei tecnici, dopo molti elogi, forse sta perdendo la testa, insistendo nel riformare un articolo che appartiene alla storia e all’indole della società italiana. Come proprio la riforma Biagi insegna, l’Italia non ha una solida cultura di regole e d’impresa, né la sensibilità sociale sul rispetto del lavoro delle società anglosassoni. Dove i licenziamenti ma anche le assunzioni sono facili e tutti sotto la luce del sole e di regole chiare.

In Italia fatta una legge si cercano mille espedienti per far fruttare egoisticamente quelle leggi anche con forzature e raggiri (partite IVA per lavoratori dipendenti, rendere le commesse dei negozi associati all’impresa, forme di lavoro nero aggiunte ai contratti flessibili, lasciare contratti in bianco per licenziamenti facili delle lavoratrici madri). E’ vero che su alcuni temi è intervenuta la proposta di Fornero, che cerca di impedire queste odiose furberie, ma intaccare l’art. 18 senza opportuni tutele rischia di consegnare una pericolosa arma ad imprenditori che non sono cresciuti con l’educazione imprenditoriale anglosassone, con effetti deflagranti.

E’ bene quindi ricordare che su otto milioni di lavoratori le cause per l’articolo 18 sono annualmente circa mille con solo una cinquantina di casi di effettivo reintegro. Ci sembra quindi davvero poco, per giustificare il ricreare di un clima di scontro nella società italiana, e lo spread che risale pericolosamente è lì a testimoniarcelo.

Con l’attuale riforma, è evidente che gli imprenditori, che non sono tutti dei santi, saranno tentati ad ogni difficoltà a mettere mano alla pratica motivazione economica per operare tagli di lavoro. Peraltro quello che sta determinando tante difficoltà tra le forze sociali, con possibili spaccature sindacali ed una conflittualità interna alla maggioranza politica che sostiene il governo tecnico è un falso problema.

Peraltro, l’art.18 si applica solo per licenziamenti individuali, e quindi rischia di diventare lo strumento per colpire i sindacalisti o comunque chiunque abbia voglia anche a costo di infastidire il “padrone” a far valere la propria dignità e i propri diritti.

Di licenziamenti purtroppo nell’ultimo anno ce ne sono stati 800mila, a prescindere dall’art. 18, e le ristrutturazioni, ad esempio nella Fiat, stanno dimostrando che si possano fare anche licenziamenti per motivi discriminatori, chiedetelo alla FIOM.

L’eliminazione dunque dell’art.18 può costituire anche un incentivo per giustificare dietro la scusante del motivo economico una sottocultura del lavoro con cui viene ad essere ridimensionato il ruolo tutelare del sindacato a vantaggio di uno spregiudicato predominio dell’imprenditore, con l’effetto di sbilanciare ancora di più il rapporto già oggettivamente non paritario tra imprenditore e lavoratore.

A dimostrazione del fatto che sia veramente poco rilevante ai fini della crescita economica del paese l’art. !8 viene la stessa Confindustria che credo sia molto lontana dal sindacato e dalla sinistra. L’uscente presidente Emma Marcegaglia ha più volte detto che per gli industriali l’art. 18 è l’ultimo dei problemi, cosa ribadita dal neo eletto presidente dell’associazione industriali Squinzi che notoriamente ritiene che sia inutile toccare l’art.18.

Lo scontro rischia quindi di essere tutto ideologico e per niente pratico, facendo perdere al governo quel ruolo pragmatico e a volte anche cinico, che tuttavia ha raccolto tanto e trasversale consenso in Italia. Non è un caso che sulla delicata materia a differenza del decreto “Salva Italia” o per le liberalizzazioni, il Presidente Napolitano ha chiesto che il governo non imponga un decreto dando così la possibilità di emendare la riforma del lavoro.

E non è un caso che malumori serpeggino anche all’interno dello stesso governo che rischia di deragliare dalla giusta via fin qui seguita. Peraltro, sia i sindacati che il PD avevano dimostrato di voler anche incidere su questo articolo, il PD ha chiesto una soluzione alla tedesca, che preserverebbe il lavoratore che sarebbe eventualmente sospeso dal lavoro in attesa e a spesa dell’impresa per poi essere reintegrato o ricollocato nel momento della ripresa o al completamento della riorganizzazione industriale, il sindacato CISL ha chiesto di dare la possibilità al giudice del lavoro di verificare che effettivamente l’impresa abbia una necessità economica dando cosi al lavoratore la possibilità del reintegro e non solo di ottenere l’indennizzo.

C’è ancora tempo e l’auspicio è che si evitino impuntature ideologiche nell’interesse dell’unità nazionale, elemento essenziale per il rilancio del Paese.

(nelle foto: in alto Elsa Fornero ministro del lavoro, dopo la Camusso segretaria generale della CGIL, maggiore sindacato italiano).

Nicola Guarino


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