Altritaliani

ITALY: Il grilletto del giudice sulla professione del giornalista. Il caso Fiat contro Rai-Formigli

sabato 17 marzo 2012 di Emidio Diodato

Il 20 febbraio 2012 il Tribunale di Torino ha condannato la Rai e il giornalista Corrado Formigli a risarcire la Fiat con 7 milioni di euro. Il Tribunale era chiamato a valutare il contenuto di un servizio trasmesso il 2 dicembre 2010 nel corso della trasmissione Annozero condotta da Michele Santoro.

Tale servizio, considerato denigratorio da parte della Fiat, metteva a confronto un’auto Alfa (prodotta dalla Fiat) con altre due autovetture, mostrando che il veicolo italiano non reggeva la competizione. Evidentemente, visto che a quei tempi si parlava del ruolo del sindacato Fiom in Fiat e delle forti pressioni di Marchionne sul mondo del lavoro (in particolare sugli operai), l’autore del servizio intendeva ricondurre il tema della competitività in capo alla dirigenza e alle scelte produttive. A tal fine il servizio proponeva un modello di informazione derivato dal giornalismo anglosassone (dove appunto si mettono a confronto più prodotti senza risparmiare le critiche).

Il servizio di cui parliamo non era un reportage o un inchiesta, ma un esperimento di critica giornalistica della durata di cinquanta secondi (anche se poi commentato in studio). Mi chiedo: può un giudice stabilire che in un così limitato lasso di tempo si siano consumati 7 milioni di danni di cui 5,2 morali e 1,8 patrimoniali? Negli ultimi tempi, abbiamo imparato quanto sia politicante scorretto, specie alla luce dei ripetuti attacchi ai giudici, commentare le condanne. Tuttavia, ci sono due buoni motivi che impongono un commento politico e che fanno del caso Fiat contro Rai-Formigli qualcosa di diverso rispetto a una semplice sentenza.

Innanzi tutto, prescindendo dalla ragione che può aver condotto il giudice a pronunciare tale condanna, è evidente che il Tribunale non ha messo in conto la sproporzione tra fatto e ammenda. Una condanna del genere mette oggettivamente in discussione il diritto di critica giornalistica (prescindendo dalla volontà del giudice). Non voglio soffermarmi sul conflitto di interessi, di cui si è parlato, imputabile moralmente a due dei tre consulenti indipendenti chiamati dal giudice (essi stessi hanno ammesso che gli istituti universitari per cui lavorano ricevono soldi dalla Fiat). Non voglio neppure soffermarmi sul clima politico creato da Marchionne, per cui c’è chi ha parlato di una sentenza pronunciata per “lesa maestà automobilistica”.

Quello su cui credo sia doveroso riflettere è che se si accetta che un Tribunale condanni senza misura o in modo così sproporzionato un giornalista nella sua funzione di critica giornalistica, allora si ammette la possibilità di ledere oggettivamente il diritto di parola. Il 19 aprile 2011 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha pronunciato una sentenza su due giornalisti bulgari, Kasabova e Bozhkov, affermando che non si possono imporre sanzioni pecuniarie sproporzionate rispetto alla retribuzione del reo.

I due giornalisti erano stati condannati nel loro paese per diffamazione, poiché avevano scritto articoli sulle modalità di ammissione degli studenti nelle scuole secondarie, alludendo a casi di corruzione. Ovviamente la Corte non è entrata nel contenuto dell’accusa, ma ha evidenziato la sproporzione tra fatto e ammenda (in quel caso si trattava di 70 volte lo stipendio dei due giornalisti).

Secondo il Tribunale europeo, le Corti nazionali chiamate a valutare la condotta di un giornalista devono tener conto dell’impatto che la decisione potrebbe avere non sono solo sul singolo reporter, ma anche sui media in generale. La sentenza afferma chiaramente, a questo proposito, che i Tribunali non possono adottare un approccio eccessivamente rigoroso nell’esaminare la condotta dei giornalisti nei procedimenti di diffamazione e non possono imporre sanzioni pecuniarie eccessive o sproporzionate. L’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo afferma, è vero, che l’esercizio della libertà di espressione può essere sottoposto a restrizioni per la protezione della reputazione, ma una sproporzione tra fatto e ammenda lede oggettivamente le fondamenta stesse della libertà d’espressione.

L’impatto di cui parla la Corte europea sul sistema dei media riguarda, come detto, la critica giornalistica e suona più o meno così: meglio non rischiare di criticare un potente la cui immagine o morale valgono così tanto. Tuttavia, nel caso Fiat contro Rai-Formigli una riflessione s’impone altresì sull’impatto della decisione del Tribunale sul singolo giornalista.

La Fiat ha invocato il Tribunale considerando le affermazioni di Formigli fortemente denigratorie e lesive dell’immagine e dell’onorabilità della Fiat, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti. Sotto accusa è finito una frase di Formigli che, chiosando il servizio, si è fatto sfuggir di bocca: “si è beccata tre secondi dalla Mini” (riferendosi all’Alfa). Senza entrare nel merito del commento (denigratorio?) o della sua validità squisitamente tecnica (realmente la Mini vince il confronto solo perché più veloce?), resta il fatto che una frase buttata lì (una battuta, appunto) può aver prodotto l’effetto di cambiare la vita di una persona.

Non è un caso che Formigli abbia ricordato, in una delle sue poche dichiarazioni, che la vita di un figlio è risarcita da un Tribunale italiano con meno di un decimo di quello che a lui toccherebbe pagare qualora la sentenza divenisse esecutiva.

Conosciamo da tempo quanto una campagna mediatica o una gogna orchestrata (anche dai giornalisti) possano distruggere una persona. Dobbiamo ora interrogarci anche su quanto l’uso considerato denigratorio del mezzo televisivo possa uccidere un giornalista. Ma speriamo di no e auguriamo a Formigli di continuare il suo lavoro e alla critica giornalistica di rimanere un genere d’informazione.

(nelle foto dall’alto in basso: Corrado Formigli già giornalista della RAI oggi lavora per La 7; Sergio Marchionne, amministratore delegato della FIAT).

Emidio Diodato

Università per Stranieri di Perugia


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